Smentito più volte dai media americani, che hanno messo in dubbio i suoi risultati nel conflitto iraniano, Donald Trump è costretto a incassare l’ennesimo colpo politico. Questa volta, però, la ferita rischia di essere ancora più profonda perché a metterlo in difficoltà è il Senato degli Stati Uniti, che ha approvato una risoluzione capace di mettere il presidente davanti a un bivio: porre ufficialmente fine alla guerra in Iran oppure chiedere l’autorizzazione del Congresso per proseguirla. Va precisato che la decisione dei senatori, approvata con 50 voti favorevoli e 48 contrari, quindi anche grazie al sostegno di alcuni repubblicani, non ha valore di legge.
È dunque improbabile che possa imporre un cambio immediato nella strategia del tycoon. La vera novità politica, però, è un’altra: per la prima volta Trump si trova davanti alla presenza di esponenti del suo stesso partito pronti a contestare apertamente la sua linea, scegliendo di schierarsi con i democratici. Al centro dello scontro c’è l’accordo raggiunto con Mojtaba Khamenei, considerato da molti oppositori una resa degli Stati Uniti.
Una frattura resa ancora più evidente dal fatto che anche la Camera ha approvato un provvedimento simile, segnando il primo caso, dall’approvazione nel 1973 del War Powers Resolution, in cui una risoluzione ottiene il via libera da entrambe le camere per chiedere al presidente in carica di porre fine a un conflitto. Quel che è certo è che l’inquilino della Casa Bianca non ha incassato il colpo in silenzio. Al contrario, ha reagito con una dichiarazione al vetriolo sui social: “Quindi, ho l’Iran alle corde, pronto a crollare… e il Senato degli Stati Uniti decide di tenere una votazione inopportuna e insensata sul War Powers Act”. Un messaggio con cui il presidente americano ha ribadito che, nonostante le critiche, intende andare avanti senza ripensamenti.
Sondaggi amari per Trump
Eppure Trump dovrebbe riflettere sulla gestione della crisi internazionale e sul consenso interno. Secondo il rilevamento mensile dell’American Research Group, il suo gradimento negli Stati Uniti sarebbe ulteriormente calato, con il 66% dei cittadini che esprime un giudizio negativo sulla sua azione politica, soprattutto sulla gestione del conflitto iraniano. Un calo che riguarda anche la percezione della sua leadership internazionale.
Secondo il sondaggio del Pew Research Center condotto in 36 Paesi, tra cui l’Italia, soltanto il 23% degli intervistati dichiara di avere fiducia nella leadership globale della Casa Bianca, mentre il 57% non considera più gli Stati Uniti un alleato affidabile.
Dall’Iran a Israele, per il tycoon le cose vanno di male in peggio
Il problema per Trump è che, almeno per ora, non emergono segnali di miglioramento. I negoziati con l’Iran, che riprenderanno la prossima settimana, sembrano infatti diventare sempre più complessi. Sul tavolo non ci sono più soltanto la questione nucleare e la cessazione delle tensioni in Libano. I Pasdaran chiedono ora anche lo stop alle operazioni israeliane nella Striscia di Gaza. Proprio sul nucleare, dopo la smentita arrivata dagli ayatollah sull’accettazione dei controlli da parte dei tecnici dell’AIEA, Trump è apparso in difficoltà, tornando a sostenere che gli iraniani “hanno torto e sanno di avere torto” e ribadendo che esisterebbe già “il via libera al 100% sulle ispezioni”.
Diversa la posizione del viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi, secondo cui la questione dovrà essere affrontata esclusivamente nell’ambito di un accordo definitivo con Washington. Teheran ha inoltre ribadito che un’intesa sarà possibile soltanto se Israele fermerà le proprie operazioni in Libano e nella Striscia di Gaza. Una posizione respinta dall’amministrazione israeliana guidata da Benjamin Netanyahu, che continua a mantenere una linea autonoma rispetto a Trump. A chiarire la posizione è stato il ministro della Difesa Israel Katz, secondo cui “l’Idf non si ritirerà dal Libano meridionale nemmeno se gli Stati Uniti lo chiedessero”, aggiungendo che, come a Gaza, nell’area “non ci saranno né civili né terroristi”, ma soltanto le truppe israeliane.