La pace con l’Iran è vicina, anzi no. Trump è in tilt e non sa più come uscire dal conflitto

Il presidente americano vede la pace con l’Iran vicina, ma poi rilancia l'ipotesi di invasione terrestre. Teheran: "Siamo pronti"

La pace con l’Iran è vicina, anzi no. Trump è in tilt e non sa più come uscire dal conflitto

La guerra in Iran volge al termine, anzi no. Dopo 31 giorni di feroci combattimenti, il presidente americano Donald Trump continua a manifestare ottimismo su una rapida conclusione del conflitto, salvo poi contraddirsi nel volgere di poche ore. Un copione visto e rivisto che sembra raccontare la confusione che regna alla Casa Bianca, che, trascinata in guerra dal primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, appare sempre più indecisa su come disimpegnarsi.

Così, in un intervento surreale, il tycoon ha detto che, grazie alla pioggia di bombe che ha già causato oltre 2 mila morti, a Teheran ci sarebbe stato un “cambio di regime” che, però, sembra vedere soltanto lui, perché in realtà la Repubblica islamica appare ancora salda al potere.

Le contraddizioni di Trump

Ma Trump, evidentemente intenzionato a rivendicare un successo ben maggiore rispetto a quello che trapela dal teatro di guerra, ha anche detto all’agenzia Bloomberg che “con l’Iran stiamo negoziando direttamente e indirettamente” e che, come sempre senza portare alcuna prova, le autorità iraniane avrebbero già accettato la maggior parte dei 15 punti previsti dal suo piano di pace.

E proprio davanti a questa presunta accondiscendenza, parlando con i cronisti, ha detto che “chiederemo anche un altro paio di cose” al regime della Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. Insomma, davanti a queste dichiarazioni sarebbe lecito concludere che la guerra è all’epilogo, e invece no. Soltanto poche ore dopo, lo stesso tycoon ha raccontato una storia ben diversa, condita da minacce tutt’altro che velate in merito a un possibile intervento di terra che, almeno secondo le sue intenzioni, dovrebbe convincere l’Iran alla resa.

Infatti, in un’intervista al Financial Times, ha detto che in questo conflitto la sua “preferenza sarebbe quella di prendere il controllo del petrolio” degli ayatollah “a tempo indeterminato”, come ha già fatto “in Venezuela”, e, per farlo, ammette che valuta di “prendere l’isola di Kharg”, che, a suo dire, potrebbe conquistare “molto facilmente perché non hanno più difese”. Un eventuale blitz che, spiega, comporterebbe “anche che dovremmo rimanere lì per un po’ di tempo”.

L’Iran non si vuole piegare agli Usa

Difficile dire se queste minacce siano soltanto uno strumento di pressione su Khamenei oppure se siano ben più concrete di quanto non si voglia far credere. Quel che è certo è che a Teheran hanno risposto con sgomento alle contraddittorie dichiarazioni di Trump. Come raccontato dal portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, infatti, il piano di pace presentato dagli Stati Uniti è “irrealistico, irragionevole e irricevibile”.

Ma c’è di più. Il diplomatico ha anche raccontato una versione diversa rispetto a quella del leader USA in relazione ai presunti negoziati, affermando che “non ci sono stati contatti diretti con gli Stati Uniti e i messaggi ricevuti da Washington sono arrivati tramite intermediari, tra cui il Pakistan”.

Brucia il Medio Oriente

Davanti a questo botta e risposta appare chiaro che una trattativa esista, ma questa non solo non è diretta, bensì viene ancora mediata da Paesi terzi ed è ben lontana da una felice conclusione. Proprio per questo i media americani continuano a sostenere che, in realtà, al momento – ma con Trump tutto può cambiare nel volgere di poche ore – appare più probabile un’ulteriore escalation rispetto a un accordo di pace.

Come fa notare il Wall Street Journal, sostenendo che per ora si parla di minacce volte a piegare il morale iraniano, il Pentagono sta preparando una lunga serie di operazioni di terra che vanno dall’invasione dell’isola di Kharg, il più importante terminale petrolifero nel Golfo, a incursioni nelle zone costiere dell’Iran che minacciano il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, oppure a un blitz delle forze speciali per recuperare 450 kg di uranio arricchito che si trova sotto le macerie di Isfahan. Ma lo stesso quotidiano fa notare come il contingente militare americano cresca di ora in ora e già conti 17 mila soldati “pronti all’invasione”.

Botta e risposta

Minacce che, però, non sembrano aver piegato la Repubblica islamica, che ora minaccia “il ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare” e ha risposto con la consueta ondata di droni e missili su Israele, dove è stato registrato anche un morto ed è stata danneggiata la più importante raffineria del Paese, ad Haifa. Attacchi iraniani che hanno preso di mira anche basi militari americane nel Golfo, in particolare quella di Victory, a Baghdad, e anche infrastrutture energetiche del Kuwait, del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti.

Blitz a cui ha risposto l’esercito israeliano (IDF), bombardando pesantemente Teheran e distruggendo siti di produzione di armi e anche un impianto di produzione di acqua pesante a Khondab. Attacchi dell’IDF che hanno riguardato anche il Libano, per mettere fine alla minaccia di Hezbollah.

E proprio nello scambio di colpi tra le truppe di Tel Aviv e i miliziani filo-iraniani, a farne le spese è stato un militare indonesiano della Forza di interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL), ucciso “da un proiettile di origine sconosciuta”. Un fatto grave che, per l’Onu, costituisce un “crimine di guerra” e su cui è stata già avviata un’indagine per accertare le responsabilità.