Sono entrati dalla stessa porta laterale, quella su West Executive Avenue che i fotografi vedono a metà. Prima Volodymyr Zelensky, poi Benjamin Netanyahu a pochi minuti di distanza, tutti e due a colloquio chiuso alla stampa. Per il premier israeliano era l’ottavo faccia a faccia del secondo mandato di Donald Trump, il primo da quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno aperto la guerra contro l’Iran. E il presidente che pretende il Nobel per la pace riceveva dall’ingresso di servizio due uomini venuti a chiedere il permesso di sparare.
Zelensky era lì per le licenze di produzione degli intercettori Patriot, promesse da Trump al vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio. Sul suo profilo ha ringraziato per il “fermo sostegno” americano. La contabilità intanto racconta altro. Il 27 luglio si è saputo che l’amministrazione ha comunicato al Congresso una data: i 400 milioni di dollari già autorizzati per Kiev finiranno di essere spesi nell’anno fiscale 2029. Due mesi dopo la lettera del Pentagono quei soldi restano fuori da qualsiasi contratto.
Il conto degli intercettori
Venerdì scorso, alla Casa Bianca, i vertici militari hanno messo davanti a Trump una tabella di magazzino. Il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto, ha spiegato che un’escalation avrebbe prosciugato gli intercettori del Centcom: oltre 1.200 Patriot già sparati, circa 4 milioni di dollari l’uno. Dopo tredici notti consecutive di raid i bombardamenti si sono fermati e Teheran ha congelato le rappresaglie. La tregua ha una causa ed è prosaica: le scorte.
Sono gli stessi missili per cui Zelensky fa la fila. Proprio lì dove il presidente promette licenze e produzione il Pentagonoconta i pezzi rimasti.
Netanyahu è arrivato con una richiesta speculare. Poche ore prima Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, alla conferenza di Channel 14 aveva messo tutto in chiaro: «Vogliamo molto colpire gli obiettivi energetici dell’Iran, gli Stati Uniti al momento non lo approvano». Il timore dichiarato è una crisi globale del petrolio, e lo stesso Katz ha aggiunto che i caccia americani decollano da basi israeliane per andare a colpire. Israele quindi domanda a Washington il via libera per spegnere le centrali di un Paese intero.
Il permesso di sgomberare
Nella stessa giornata l’ufficio di Katz ha reso pubblico un ordine all’esercito: prepararsi a occupare un altro campo profughi in Cisgiordania, sul modello di Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Quel modello ha una storia documentata. Dal gennaio 2025 l’operazione “Muro di ferro” ha svuotato i tre campi e l’Unrwa ha censito circa 40.000 sfollati. Nel novembre 2025 Human Rights Watch ha qualificato lo sgombero come crimine di guerra e crimine contro l’umanità. A Gaza, intanto, dalla tregua dell’11 ottobre 2025 il ministero della Salute conta oltre mille palestinesi uccisi, fra cui 253minori. Il modello funziona, evidentemente.
E il Nobel? Il 30 aprile il segretario del Comitato norvegese Kristian Berg Harpviken ha annunciato 287 candidature per l’edizione 2026, con Trump probabilmente dentro l’elenco. A gennaio il presidente aveva scritto al premier norvegese Jonas Gahr Støre che, visto il premio mancato dopo aver fermato “otto guerre”, si sentiva libero di pensare solo agli interessi americani. María Corina Machado, che il Nobel 2025 l’ha vinto davvero, gli ha poi consegnato la propria medaglia. E il 5 dicembre Gianni Infantino gli aveva già appeso al collo il primo FIFA Peace Prize.
Trump, da parte sua, ha passato la mattina a spiegare a Fox che senza accordo torna a finire il lavoro e che per i ponti iraniani gli basterebbe meno di un’ora. Poi ha ricevuto i due ospiti a porte chiuse. Chi inseguiva il Nobel ha ottenuto qualcosa di diverso ed è molto più concreto: è lo sportello dove si ritira il permesso di bombardare e quello di sgomberare. Ingresso laterale, orario contingentato.