Trump vuole tornare alla tortura. Prigioni segrete, interrogatori “duri” e waterboarding per sconfiggere l’Isis

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Il messaggio di Donald Trump per sconfiggere Isis e terrorismo è chiaro: “Di fronte all’orrore dell’Is penso che dobbiamo rispondere al fuoco con il fuoco”. Ecco perché, come detto dal presidente Usa in un’intervista all’Abc News, “la tortura assolutamente funziona” nella lotta al terrorismo.

Questo è il motivo per cui, come riferito dalla stampa americana, ci sarebbero una serie di bozze di nuovi ordini esecutivi sulla riapertura delle prigioni segrete della Cia e la ripresa dei cosiddetti metodi di interrogatorio duro, a partire dal famigerato waterboarding (forma di tortura consistente nell’immobilizzare un individuo in modo che i piedi si trovino più in alto della testa, e versargli acqua sulla faccia). Trump ha citato il parere di alcuni “alti ufficiali dell’intelligence” che gli avrebbero assicurato che la tortura funziona, ma poi ha aggiunto che a riguardo si affiderà al giudizio del direttore della Cia, Mike Pompeo, e del capo del Pentagono, il generale Mattis. “Mi affiderò a Pompeo e Mattis ed al mio gruppo e se loro non vorranno, va bene, ma se verranno io mi impegnerò a renderlo possibile, voglio che sia fatto tutto nell’ambito di quello che è legalmente possibile”, ha detto ancora il presidente. Ma poi non ha esitato a ribadire la sua posizione: “Ho parlato nelle ultime 24 ore con persone ai più alti livelli dell’intelligence ed ho chiesto loro: la tortura funziona? e la risposta è stata, assolutamente sì”.

Come aveva già fatto più volte durante la campagna elettorale Trump ha giustificato il ricorso a questi metodi puntando il dito contro la brutalità dello Stato Islamico: “quando tagliano la testa dei nostri e di altri, solo perché sono cristiani in Medio Oriente, quando lo Stato Islamico fa cose di cui nessuno ha sentito dai tempi del Medioevo, cosa dovrei pensare del waterboarding? Per quanto mi riguarda, dobbiamo combattere il fuoco con il fuoco”. Prima che venisse diffusa l’intervista del presidente, il suo portavoce Sean Spicer aveva detto che il memo sulle prigioni segrete non era “un documento della Casa Bianca”, senza però fornire ulteriori commenti.