Tunisia, il Paese sicuro secondo Italia e Ue alla sbarra: quattro ricorsi alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli

La Tunisia che vende migranti ai libici è nella lista dei paesi sicuri votata in Ue. Ma quattro ricorsi la portano alla Corte africana

Tunisia, il Paese sicuro secondo Italia e Ue alla sbarra: quattro ricorsi alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli

Una persona costa tra i 40 e i 300 dinari alla frontiera tra Tunisia e Libia: dodici, novanta euro a testa. Gli uomini meno, le donne di più, perché in Libia secondo i testimoni rendono di più. A fissare il prezzo sono agenti in divisa da un lato e milizie dall’altro, e il pagamento arriva in contanti, in hashish, in barili di carburante. Lo raccontano le testimonianze del rapporto State Trafficking del collettivo RR[X], con ASGI e Border Forensics: dal giugno 2023 al dicembre 2025, circa 7.400 persone sono finite dentro questo ingranaggio.

Ora quattro di loro hanno fatto una cosa mai vista prima. Quattro persone migranti, originarie di Camerun, Costa d’Avorio, Guinea e Sierra Leone, hanno depositato altrettanti ricorsi contro la Tunisia davanti alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. È la prima volta che la Corte dovrà giudicare le violazioni della Tunisia ai danni di cittadini stranieri. L’ASGI, che li assiste insieme all’avvocato tunisino Ibrahim Belguith, presenta i ricorsi in conferenza stampa il 30 giugno. Le condotte contestate: detenzione arbitraria, tortura, violazione del diritto alla vita, espulsioni collettive, tratta, discriminazione razziale e di genere.

Quanto vale una persona al confine

Funziona come una catena logistica. Si viene catturati in mare, sul posto di lavoro, davanti a uno sportello bancario, e il criterio è uno solo: si dà la caccia ai neri, di ogni nazionalità. Poi i bus verso il deserto, le gabbie sotto le antenne a pochi metri dalla linea di confine, la vendita ai libici, la prigione di Al Assah dove si paga il riscatto, dai 400 ai mille euro. Il 5 aprile 2024, al largo di Sfax, secondo la ricostruzione di immagini satellitari e testimonianze una motovedetta tunisina avrebbe speronato un barcone per fermarlo: nel naufragio morirono donne e bambini. Uno dei quattro ricorrenti era a bordo.

Tutto questo accade in un paese che dal febbraio 2023, da quando il presidente Kais Saied ha evocato un “piano criminale” per modificare la composizione demografica della Tunisia, dà la caccia ai subsahariani come politica di Stato. Secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, nel 2023 e nel 2024 la Tunisia ha bloccato oltre 100.000 persone, l’ottanta per cento dall’Africa subsahariana. Amnesty International e le Nazioni Unite ripetono da anni la stessa cosa: la Tunisia non è un paese sicuro, e non è un luogo di sbarco sicuro.

Il timbro che cancella i fatti

Eppure il timbro è arrivato lo stesso, anzi due volte. L’Italia teneva già la Tunisia nel proprio elenco nazionale dei paesi di origine sicuri. E dal 12 giugno 2026 la Tunisia è entrata nella prima lista europea dei “paesi di origine sicuri”, votata dal Parlamento europeo il 10 febbraio con 408 sì e adottata dal Consiglio il 23. Relatore, in Aula a Strasburgo, è stato Alessandro Ciriani, eurodeputato di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni. Significa procedura accelerata e presunzione che chi arriva da lì non rischi niente. Lo decide la lista, non il caso specifico all’attenzione del funzionario.

C’è anche un problema tecnico, prima che morale. Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che un paese si può dichiarare sicuro solo se la designazione regge il controllo di un giudice, poggia su fonti aggiornate e vale per “tutto il territorio”. Difficile far reggere “tutto il territorio” quando quel territorio è il deserto in cui si vendono le persone. La Tunisia, da parte sua, ha già provato a chiudere l’altra porta: ha ritirato la dichiarazione che permetteva ai singoli di rivolgersi alla Corte africana, ritiro efficace dal marzo 2026. I fatti contestati, però, sono del 2023 e del 2024, quando la porta era ancora aperta.

Chi paga, e chi sapeva

I soldi sono italiani ed europei, e sono tracciati. Il 16 luglio 2023 Meloni ha mediato, con Ursula von der Leyen e l’allora premier olandese Mark Rutte, il Memorandum tra Unione europea e Tunisia: 150 milioni di sostegno al bilancio, 105 milioni per la gestione delle frontiere. L’Italia, da sola e a partire dal 2017, ha speso quasi 75 milioni in mezzi e addestramento per le guardie di frontiera tunisine. E Al Assah, la prigione dove finiscono i venduti, è sorvegliata dalla guardia di frontiera libica che figura tra i beneficiari del programma europeo EUBAM: l’Europa addestra, da un lato e dall’altro, chi compra e chi vende.

Restano le domande, ed è qui che la Tunisia amica diventa scomoda. Il nostro governo sa cosa accade in quei campi nel deserto? Lo sanno i suoi elettori, lo sanno gli italiani che applaudono il segno meno davanti ai numeri degli sbarchi? La risposta più indulgente è che non lo vogliono sapere, perché il calo che si esibisce in conferenza stampa è fatto di gabbie sotto le antenne e di riscatti pagati al buio, mentre i corpi restano nel deserto. Un paese che vende esseri umani lo abbiamo chiamato sicuro. La Corte africana, adesso, dovrà solo dire ad alta voce quello che a Roma si sa già.