Sarà stata la posizione di Donald Trump, che di fatto ha ridotto ai minimi termini il supporto all’Ucraina, o forse il timore che per Kiev le cose possano andare ancora peggio, ma la sensazione è che, dopo un lungo stallo, le trattative diplomatiche possano davvero ripartire. A lasciarlo intendere è la visita dell’inviato statunitense Steve Witkoff a San Pietroburgo, dove ieri ha avuto un incontro con Vladimir Putin. Un faccia a faccia durato diverse ore, al termine del quale il funzionario statunitense ha detto di avere “portato alcuni documenti. Si tratta, in realtà, di alcune idee riguardanti i diversi elementi di una sorta di accordo di pace tra la Russia e l’Ucraina”, auspicando che possano bastare allo zar per tornare al tavolo negoziale. Che il faccia a faccia sia andato bene lo conferma anche il Cremlino.
Il portavoce Dmitry Peskov ha assicurato che Putin “esaminerà la proposta”, precisando, però, che “molto dipende dagli ucraini”. Quel che è certo, come precisa il fedelissimo dello zar, è che non ci sarà un’interruzione temporanea dei combattimenti, perché “abbiamo bisogno della pace, non di un cessate il fuoco”. Da Washington, il presidente degli Stati Uniti, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano lumi sul dossier ucraino, ha detto di non escludere che un accordo di pace possa essere concluso senza la presenza contemporanea di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky nella stessa stanza. Sul punto, un tempo indigesto a Mosca, lo stesso Peskov ha ammesso che “è impossibile discutere una soluzione definitiva alla guerra in Ucraina senza la presenza di rappresentanti di Kiev”.
Il vertice di San Pietroburgo tra Witkoff e Putin
Durante il vertice, i funzionari statunitensi hanno chiesto e ottenuto anche il rilascio del cittadino statunitense Stephen Hubbard, detenuto in Russia con l’accusa di aver combattuto al fianco dell’esercito ucraino e condannato per questo a sei anni di carcere. A raccontare la sua liberazione è stato direttamente Putin, che ha comunicato a Witkoff il rilascio dell’americano. Una mossa che, in realtà, era nell’aria, ma che ha subito spinto il presidente degli Usa a esultare, dichiarando che “Stephen Hubbard, per rispetto nei confronti del presidente Trump, è stato rilasciato” senza che agli Stati Uniti fosse “chiesto nulla in cambio: una situazione senza precedenti”.
C’è da chiedersi se le cose stiano davvero così perché, in realtà, la contropartita, stando a quanto riferito da diversi organi di stampa americani e russi, sarebbe il definitivo via libera alla prima petroliera con a bordo 40mila tonnellate di gasolio russo, in partenza oggi alla volta degli Stati Uniti. Comunque la si veda, sembra essere una curiosa coincidenza, tanto più che, contestualmente, Putin ha assicurato che anche “altre petroliere” sono in fase di preparazione per partire verso gli Stati Uniti.
La posizione di Zelensky che apre a Trump
E l’Ucraina? Questa volta, a riprova della sensazione che la situazione stia finalmente evolvendo, il presidente Zelensky ha usato toni concilianti. Il leader ucraino ha spiegato che non ci sarà nessun accordo “senza l’Ucraina” e ha aggiunto che, insieme a Trump, ha elaborato “alcune idee su come raggiungere la pace”. Del resto, secondo il presidente ucraino, “non stiamo perdendo questa guerra, stiamo perdendo vite umane a causa degli attacchi della Russia e tempo”.
Una convinzione che lo porta a proporre il “congelamento del fronte”, che “sarebbe un modo concreto per porre fine alla guerra”. Sembra poco, ma si tratterebbe di un passo avanti gigantesco verso la pace, perché, a conti fatti, lo stato attuale del fronte comporterebbe la rinuncia ad almeno il 20% del territorio ucraino: una prospettiva che, fin qui, non era mai stata presa in considerazione da Zelensky. Evidentemente, poco alla volta, e forse proprio per effetto del disimpegno di Trump, che piaccia o no, all’orizzonte sembra delinearsi la possibilità di un accordo diplomatico.