Ultimatum a Teheran e continue giravolte. Trump non sa più come mettere fine al conflitto con l’Iran

Ultimatum a Teheran e continue giravolte. Trump non sa più come uscire dal conflitto con l'Iran e unilateralmente proroga ancora la tregua

Ultimatum a Teheran e continue giravolte. Trump non sa più come mettere fine al conflitto con l’Iran

Prima le minacce di bombardare a tappeto l’Iran in caso di fallimento dei negoziati, sostenendo che non avrebbe “mai concesso una proroga del cessate il fuoco”; poi il surreale passo indietro di Donald Trump che, preso atto che il vertice a Islamabad non si sarebbe neanche tenuto, ha deciso unilateralmente di prorogare la tregua in attesa di una risposta da Teheran. Basterebbe questo per capire quanto il tycoon sia in confusione, ma c’è dell’altro.

Già perché l’attesa risposta di Mojtaba Khamenei, per ora, si è rivelata vana, e ciò ha messo ulteriormente in difficoltà il presidente degli Stati Uniti che, secondo quanto riporta Axios, si è visto costretto a concedere una nuova proroga del cessate il fuoco. Stando a quanto riferisce il portale americano, la nuova scadenza è fissata per il fine settimana quando, in caso di mancata risposta, Trump sarà sostanzialmente costretto a riprendere la guerra per non aumentare ulteriormente il danno reputazionale subito dagli Stati Uniti.

Tra ultimatum e giravolte, Trump è in tilt sull’Iran

Eppure, anche ieri, il leader di Washington ha continuato a sostenere l’inverosimile tesi secondo cui gli Stati Uniti avrebbero vinto la guerra. Una narrazione difficile da credere: altrimenti non si spiegherebbe l’atteggiamento di Teheran, che sembra sentirsi in una posizione negoziale molto forte, né si comprenderebbe perché il dispiegamento di forze americane nel Golfo, anziché ridursi, stia aumentando. Ma neanche davanti all’evidenza il tycoon ha rinunciato all’ennesimo show, affermando che il cessate il fuoco servirebbe al frammentato governo iraniano per trovare una posizione unitaria sulle trattative.

Ha inoltre difeso la scelta di non rimuovere il blocco navale all’Iran, spiegando che questo starebbe causando agli ayatollah “una perdita di 500 milioni di dollari al giorno”, portando il Paese “al collasso finanziario”. A suo dire, smentendo il parere di decine di analisti militari e geopolitici, convinti che la rimozione del blocco faciliterebbe i negoziati, “se lo riaprissi, non potrebbe mai esserci un accordo con l’Iran, a meno che non facessimo saltare in aria il resto del loro Paese, inclusi i loro leader”. Eppure, proprio da Teheran insistono sulla richiesta di sbloccare la navigazione nel Golfo come requisito sine qua non per tornare al tavolo dei negoziati. Ad affermarlo è l’ambasciatore iraniano all’ONU, Amir-Saeid Iravani, secondo cui “non appena verrà revocato il blocco, il prossimo ciclo di negoziati si terrà a Islamabad”.

La situazione, però, è ancora più ingarbugliata di quanto sembri. L’Iran ha infatti precisato che “anche se il blocco fosse revocato, la nostra partecipazione ai negoziati dovrà essere subordinata alla condizione che non vengano sollevate questioni che violino la nostra indipendenza e dignità, prime fra tutte le nostre capacità difensive e missilistiche, nonché le nostre competenze nucleari”. Peccato che questi siano proprio i punti che il tycoon considera imprescindibili per arrivare a una pace definitiva.

Hormuz resta chiuso e i Pasdaran attaccano tre navi

Quel che è certo è che il blocco americano e il controblocco iraniano stanno aggravando lo tsunami economico globale. Una situazione che, per i Pasdaran, è destinata a durare a lungo, visto che assicurano di avere “il dito sul grilletto”. Ieri si è registrata un’ulteriore escalation: le forze iraniane hanno attaccato tre navi nello Stretto di Hormuz che non avevano risposto all’alt. Si tratta di imbarcazioni battenti bandiera liberiana, panamense e greca, due delle quali sarebbero state addirittura sequestrate in risposta all’abbordaggio statunitense di un’imbarcazione iraniana avvenuto due giorni prima.

Gli attacchi navali sono stati confermati anche da Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento iraniano, che ha dichiarato: “Occhio per occhio, petroliera per petroliera (…) non rimarremo in silenzio di fronte ai pirati, soci di Epstein”. Ma non è tutto. In queste ore, mentre aumentano le forze statunitensi in Medio Oriente in vista di nuovi raid, l’esercito iraniano sta dissotterrando batterie missilistiche per prepararsi a rispondere colpo su colpo.

Una controffensiva che, secondo la rete televisiva dell’opposizione Iran International, non si limiterà più ai soli attacchi contro le infrastrutture energetiche e petrolifere dei Paesi del Golfo, ma potrebbe prendere di mira anche i cavi Internet e le infrastrutture cloud delle grandi aziende tecnologiche americane presenti nell’area.