L’ultimo paradosso di Renzi. Fa il puro ma inventò il canguro. Matteo protesta per il Parlamento svilito dalle fiducie. Quando era premier però fece anche di peggio

fiducie Renzi
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Dall’invenzione del canguro – ideato per bypassare il confronto in Parlamento sulla riforma della Costituzione – alla tutela di quelle stesse prerogative parlamentari. È una bella contorsione politica quella di Matteo Renzi, che con un triplo salto carpiato si mette in scia a una vecchia strategia: criticare quello che fanno gli altri e omettere di ricordare che anche lui fece lo stesso. Anzi, di peggio.

LA MUSERUOLA. Certo, la Legge di Bilancio del governo Draghi, blindata alla Camera (leggi l’articolo), è un esempio di forzatura nei confronti di deputati e senatori. Tuttavia, basta riportare le lancette indietro, al tempo del confronto in Aula sulla revisione della Carta costituzionale, voluta dalla premiata ditta Boschi&Renzi, per inquadrare la questione. L’allora senatore del Partito democratico, Roberto Cociancich, presentò l’emendamento cosiddetto canguro: con il suo voto decadevano in automatico tutti gli altri emendamenti di contenuto diverso su quel tema.

Una decisione che scatenò la bagarre, con le opposizioni inviperite contro lo stratagemma adoperato per aggirare il confronto in Aula. Il tutto su un tema così centrale, come la riforma della Costituzione repubblicana. Ma Renzi non si mostrò inflessibile solo verso le altre forze politiche. Tutt’altro.

L’EPURAZIONE. Nella commissione Affari costituzionali al Senato partì quella che fu un’epurazione in piena regola: Corradino Mineo e Vannino Chiti furono messi alla porta per la loro contrarietà al testo di riforma. “Non ho preso il 41 per cento per lasciare il futuro del Paese a Mineo”, fu il commento guascone di Renzi. Anche la Camera fece i conti con le forzature dell’ex Rottamatore. Non potendo, per regolamento, bissare l’impiego del canguro, fece ricorso alla “seduta fiume” per stoppare la presentazione di subemendamenti da parte delle opposizioni e serrare i tempi della discussione in Aula.

L’ITALICUM DEMOLITO. Nella carriera politica di Renzi c’è stato anche un altro atto di forza nel confronti del Parlamento: a Montecitorio pose tre questioni di fiducia sull’Italicum, la legge elettorale. Il testo, successivamente, è stato dichiarato incostituzionale, nella sua parte principale, dalla Consulta. Il passaggio fu traumatico, anche perché per definizione la legge elettorale è compito dei parlamentari. L’unico precedente della storia repubblicana, su questo tema, era quello della “legge truffa”, del 1953, che fu cancellata l’anno successivo.

Sempre in materia di repulisti, dalla commissione Affari costituzionali, il Pd mise alla porta pezzi da novanta come Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi e Gianni Cuperlo. A Palazzo Madama, invece, sull’Italicum fu sperimentato il “super canguro”, firmato dall’allora senatore renziano, Stefano Esposito, che neutralizzò il confronto su migliaia di emendamenti. Oggi, invece, che succede? Italia viva si erge a difesa delle prerogative del Parlamento. Così, dopo settimane di silenzio e venerazione nei confronti del premier, Renzi ha sconfessato il tanto elogiato “metodo Draghi” sulla Manovra.

“Non è accettabile che il Parlamento sia costantemente – sottolineo costantemente – ignorato nell’azione di Governo”. Parole dure come pietre, scagliate durante l’intervento in Aula al Senato. Un intervento che ha fatto seguito all’atto d’accusa rivolto in un’intervista, in cui ha parlato di “svilimento” delle Camere. Una doppia presa di posizione opportuna. Ma sorprende da chi sia arrivata, visto il cursus honorum.