L’ultimo racconto di Camilleri. Un Paese diviso in tribù. Rimpianto ma anche odio sui Social. L’addio allo scrittore svela l’Italia ferita

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Ci sono uomini che diventano icone quasi per caso. Succede ovunque, ma in una regione tanto arida di mezzi quanto rigogliosa di menti raffinatissime, com’è la Sicilia, questo è più frequente. Solo due giorni fa sentivamo la voce viva di Paolo Borsellino, che pregava per avere una scorta anche la sera, visto che la mafia regola i suoi conti anche di notte, d’estate e possibilmente con chi è lasciato solo. Era un eroe che non voleva esserlo, Borsellino, come Falcone, altra icona di una terra dove sangue, sudore, onore e tradimento si impastano da secoli, identici agli ingredienti di arancini o al colore di paesaggi che non possono uscire mai dal cuore.

Di questi aromi Andrea Camilleri aveva fatto incetta, allungando una catena lunga fino a Ercole Patti, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia, persino Giovanni Verga e Luigi Pirandello. Nei suoi tanti romanzi, che non ci stupiremo se domani lievitassero con chissà quanti scritti dimenticati in qualche cassetto, Camilleri aveva messo la forza, la caparbietà e l’ironia dei siciliani, col marchio di fabbrica di un dialetto che fuori dall’Isola nessuno capisce, ma nei suoi racconti diventava chiaro come il sole. Ciò nonostante ci aveva messo tanto per arrivare al successo. Come i vini delle tenute di Trapani e Marsala, aveva dovuto attendere per maturare, e renderci quel gusto profumatissimo come di Zibibbo e Malvasia. Poi la fama di Montalbano, la televisione.

Allori su cui non si è seduto, continuando a scrivere e sceneggiare fino alla fine, guardando lontano anche quando non c’era più la vista. La tensione morale, la fame di libertà, il dovere di ricordare il sapore amaro della tirannia conosciuta durante il fascismo, l’avevano trascinato nella suburra della politica, etichettandolo come scrittore di Sinistra, terzomondista, ultrà delle migrazioni. Maglie che ha indossato senza nascondersi, diventano icona culturale di chi fa di tutta l’erba un fascio, dalle Destre ai Cinque Stelle.

Le polemiche roventi degli ultimi tempi hanno combinato il resto. Venerato dalla Sinistra e odiato dalla Lega, non capito da molti elettori del Movimento, che aveva bocciato forse un po’ troppo frettolosamente, Camilleri ha diviso i Social anche il giorno del suo ultimo viaggio. A chi si è sfogato con insulti e fesserie non dedicheremo una riga, ma nella sua eredità c’è anche la consapevolezza di un Paese diviso in tribù, dove persino la pietà per la morte sparisce in nome di una partigianeria che nasconde odio verso il diverso, chi non la pensa come noi o ha la pelle di un colore che non è il nostro.

Su La Notizia (a pag. 7 dell’edizione cartacea) perciò lo ricordiamo raccogliendo alcuni pensieri di suoi lettori. Il suo pubblico, fatto di chi l’ha apprezzato e di chi lo contesta persino a un metro dalla bara. Ciascuno si faccia l’idea che vuole, ma è solo folle negare la grandezza di un tale gigante della letteratura e, suo malgrado, del costume della nostra epoca. I suoi messaggi ci hanno sempre convinto? No, ma ci hanno di sicuro arricchito. E di questo dobbiamo essergli grati.