Un welfare civile per arrivare dove lo Stato non può. La Fondazione Roma: ormai la crisi del modello tradizionale è irreversibile

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Non c’è  niente da fare: ormai il welfare tradizionale, soprattutto in un periodo di ristrettezze economiche delle casse pubbliche, non è più sufficiente a venire incontro alle esigenze della collettività. Per questo è arrivato il momento di sostenere sempre più convintamente forme di “welfare civile”, una proposta in grado di interpretare sia la domanda di “soggettivismo” della società civile che la necessità di un maggiore coinvolgimento diretto dei territori. Se ne è parlato ieri, a Roma, in occasione del convegno “Lo sviluppo delle comunità locali: il ruolo del welfare civile”, organizzato dalla Fondazione Roma con l’associazione Voice. Il presidente della Fondazione, Emmanuele Francesco Maria Emanuele, già anni fa aveva elaborato la proposta “secondo cui il terzo settore, quel variegato mondo composto da associazioni, fondazioni, ong, cooperative sociali, imprese sociali, onlus, può assicurare il superamento della crisi dello stato sociale tradizionale e rappresentasse appunto il terzo pilastro in grado di concorrere alla costruzione di una welfare community meno dispendiosa e più efficiente”. Questa idea, ha proseguito Emanuele, “nel corso degli anni si è dimostrata non solo assai efficace, laddove si è potuta dispiegare, ma sempre più necessaria, perché l’ammodernamento dello stato sociale è passato da opzione politica a dato di fatto, con cui la classe dirigente non può più esimersi dal fare i conti. In questo contesto, il welfare civile, che è legato al territorio, ne conosce i bisogni, le forze attive e responsabili, è un protagonista indiscusso.

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