Una vita per la musica. La scelta di cuore del Maestro Casellati. Da avvocato a direttore d’orchestra. L’artista si racconta. Spingendo la cultura

Alvise Casellati
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Maestro Alvise Casellati, Lei ha abbandonato una brillante carriera forense per abbracciare quella musicale. Perché? Cosa è scattato in Lei?
“Il filo conduttore di tutta la mia carriera è sempre stata la cultura, l’arte, la musica, cui dedicavo tutto il mio, sia pure limitato tempo libero. La musica ha sempre fatto parte della mia vita, a partire dai weekend in campagna dai miei nonni paterni. Mio nonno compositore, violinista e direttore d’orchestra e mia nonna pianista. Mio padre mi ha insegnato a suonare il pianoforte all’età di 6 anni e mi ha fatto studiare privatamente il violino a 9 anni per prepararmi all’esame di ammissione al Conservatorio. Parallelamente ho frequentato le scuole medie, il liceo classico e l’università di giurisprudenza a Padova. Sono diventato Maestro di Violino a 21 anni, mi sono laureato in giurisprudenza, ma mi ha sempre affascinato la direzione d’orchestra. Dopo un master in diritti d’autore alla Columbia University a New York, ho scelto di trasferirmi e di risiedervi: lì sono diventato avvocato, come in Italia. General Counsel di un importante fondo immobiliare privato americano, mi sono dedicato anche alla Foundation for Italian Art and Culture. Ritmi molto intensi e stressanti ed un giorno del 2007 mi sono ritrovato al New York Hospital per un serio problema la cui causa i medici non sono mai riusciti a individuare. In quel momento ho realizzato che la professione di avvocato, pur regalandomi soddisfazioni economiche, non era il vero centro della mia vita. Dal settembre del 2007, pur continuando la professione forense, mi sono iscritto ai corsi serali di direzione d’orchestra della Juilliard School of Music a New York. E da allora tutto il mio tempo libero, comprese le tre settimane di ferie all’anno, l’ho impegnato negli studi di direzione d’orchestra con notevoli sacrifici”.

Ci parla della Sua iniziale esperienza come studente di direzione d’orchestra alla Musikhochschule di Vienna, alla Julliard School of Music di New York, il Suo mentore Piero Bellugi e quanto esse abbiano contribuito alla Sua formazione professionale?
La direzione d’orchestra è uno dei lavori più complessi che esistano poiché richiede la compresenza di notevoli qualità: musicali, culturali, umane e manageriali. La direzione d’orchestra presuppone una formazione musicale solida, che ho ricevuto durante i miei 10 anni al Conservatorio di Padova e che ho proseguito con studi sull’orchestrazione e sulla composizione musicale. Fondamentale quanto ho appreso alla Musikhochschule di Vienna ed alla Julliard School of Music di New York, ma con il Maestro Bellugi l’insegnamento è stato a 360 gradi. Dalla analisi della partitura, alla tecnica direttoriale per far capire all’orchestra i tempi ed i “colori” della interpretazione, alle prove con l’orchestra, la lettura dell’opera mozartiana etc.. L’esperienza che mi ha più compiutamente formato come direttore d’orchestra la devo a lui, con cui ho studiato dal 2009 fino alla sua scomparsa, anche se ogni insegnante/masterclass mi ha dato qualcosa di importante”.

Qual è il Suo rapporto con l’Opera lirica che più volte si è trovato a dirigere?
“L’opera è stata inventata in Italia 500 anni fa’ e ancora oggi le opere in italiano sono le più eseguite al mondo. Ritengo perciò che sia un dovere professionale per un direttore d’orchestra italiano, e non solo, confrontarsi con il mondo dell’opera. Ogni volta che eseguo una “prima” mi sembra di vivere un miracolo che prende corpo poco a poco. La complessità della realizzazione: ogni singola voce, il coro, l’orchestra, la regia, i costumi, le luci, vengono preparate singolarmente per poi approdare alla prova di assieme dove l’opera prende forma prima della prova generale. Infine, la prima… una magia, una emozione difficile da spiegare”.

Lei ha diretto varie opere di Rossini, Verdi, Puccini, etc… Quale compositore operistico predilige e perché?
“Ad oggi, la più grande emozione l’ho vissuta con le opere di Puccini, la cui musica arriva direttamente al cuore. Rossini, Verdi e Puccini sono stati grandissimi innovatori. Hanno creato uno stile che prima non esisteva. Con Giuseppe Verdi, in particolare, la musica si è elevata al suo massimo significato, quello di ispirare negli uomini e nelle donne sentimenti forti di libertà. Basti pensare ad Attila. Verdi è il nostro eroe del Risorgimento italiano. Non posso dire di avere un compositore preferito, poiché a volte ci vogliono anni di studio e di esecuzione prima di comprendere bene un autore, quindi il “preferito” è in continua evoluzione”.

Maestro, qual è lo stato di salute della cultura musicale in Italia?
“Credo si possa e si debba fare di più per la musica in Italia. La cultura è un patrimonio di rilevanza nazionale e internazionale, il termometro dell’evoluzione di un popolo. Talvolta leggo sui giornali, come i Teatri siano considerati un peso per i loro costi elevati. Se è vero che alcuni Teatri d’opera sono “in rosso” è altrettanto vero che, nelle città che li ospitano, alberghi, ristoranti, e tutta l’economia connessa al mondo della cultura è in “attivo” grazie all’indotto creato dagli stessi. Nel rapporto costo/beneficio, quindi, la bilancia pende dalla parte del beneficio, come dimostrano numerosi studi recenti in base ai quali, per ogni euro investito in cultura, l’effetto moltiplicatore sull’economia dei settori collegati è pari a 1,8 a livello nazionale”.

Secondo Lei, cosa si potrebbe fare di più, in concreto, per diffondere la cultura musicale e operistica nel nostro Paese, specie in un tempo di grave crisi economica?
“Si deve partire dall’istruzione: la musica deve essere insegnata nelle scuole a partire dall’asilo. Il secondo passo è che la musica entri nei libri di storia. Non è accettabile parlare di Storia e di Storia della musica come di due diverse discipline. Ricordo ancora alle elementari il “Viva V.E.R.D.I.” come “VIVA Vittorio Emanuele Re D’Italia”. La musica si intrecciava con la storia risorgimentale. Non si dice nei libri di letteratura che Verdi compose Il Requiem per il funerale di Manzoni. Ci sono infiniti esempi in tal senso. Non si può compartimentalizzare la musica, solo perché viene insegnata a parte. È un’assurdità. Infine, bisogna portare la musica anche fuori dal Teatro. Oggi la pandemia ci ha offerto un’opportunità: tutti i teatri stanno sviluppando lo “streaming”, ovvero offrono di poter vedere lo spettacolo in TV, sul computer o telefonino, ampliando così i posti a sedere in Teatro per entrare nelle case delle persone. Lo streaming non può e non deve sostituire lo spettacolo dal vivo, ma quando torneremo alla “normalità” post-Covid potremo utilizzarlo come forma integrativa per promuovere e diffondere nel mondo questa forma d’arte”.

Ci parla del Suo progetto “Opera italiana is in the air”?
“Il mio progetto è quello di riportare l’opera e la musica classica ad essere musica popolare. Così nel 2017 ho realizzato “Opera Italiana is in the Air”, un concerto gratuito a Central Park, New York, con musiche che potessero piacere a chi non è mai stato ad un concerto di musica classica o all’opera, in un contesto informale come il parco, con l’orchestra vestita in blue jeans, e soprattutto chiamando giovani talenti insieme ai grandi del mondo dell’opera. Immediatamente è caduto un grande pregiudizio, quello che l’opera sia un evento fatto per gli anziani e che piace solo agli anziani. Il successo di questa operazione ha consentito di renderla un appuntamento annuale ed anche di portarla a Miami, Napoli e Milano. Mi auguro di riuscire a realizzare questo progetto anche a Chicago, Los Angeles e Londra”.

Un’ultima cosa: dia un consiglio ai giovani musicisti che desiderano abbracciare la carriera di direttore d’orchestra.
“È il consiglio più difficile da offrire poiché non esiste una via che dia garanzie di successo. Il consiglio è quello di non ricercare la gloria del palcoscenico, ma quella della passione per lo studio e per la musica. Essenziali sono la tecnica, l’interpretazione, basi solide ed una cultura che sia più ampia possibile. E poi fondamentale è esercitarsi e confrontarsi con le orchestre e i musicisti”.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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