Un’inchiesta al giorno leva la politica di torno. Una nuova tangentopoli ci seppellirà

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Un falso pudore non fa pronunciare quella parola che tanti pensano in queste ultime due settimane di inchieste e di manette: tangentopoli. Con la stagione di Mani pulite ci sono 24 anni di distanza e un rapporto in tutto questo tempo mai troppo sereno tra politica e magistratura. La sfilza di provvedimenti partita dopo il referendum è però all’altezza di quell’epoca, con un’inquietante analogia: il sistema dei partiti vigente a quell’epoca fu completamente smantellato esattamente come rischia di accadere adesso, senza esclusione di nessuno, Cinque Stelle compresi. Facciamo un veloce riassunto: si è partiti con l’avviso di garanzia al governatore della Campania Vincenzo De Luca, accusato di istigazione al voto di scambio per aver riunito circa trecento amministratori locali invitandoli a votare Sì al referendum costituzionale di Renzi. In caso di vittoria il Governo sarebbe stato attento ai bisogni del territorio, fu la promessa del presidente regionale, che per questo potrebbe trovarsi a rispondere dello stesso reato contestato a un qualunque candidato che offre denaro in cambio di voti.

Dal Pd a Forza Italia, poco dopo è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi nel cosiddetto processo Ruby Ter. Dopo quasi sette anni stiamo ancora a parlare di cosa faceva il Cavaliere sotto le lenzuola. E semmai avesse ragione l’accusa, secondo cui l’ex premier avrebbe pagato milioni alle ragazze coinvolte per indurle al silenzio, beh allora non c’è dubbio che l’eterno imputato di Arcore ha già dato (e non poco) alle sue crudeli aguzzine. Fatto la destra e fatta la sinistra, mancavano i Cinque Stelle e qui sono partite due inchieste guarda caso proprio nelle più importanti città in mano ad amministrazioni pentastellate.

La teoria del complotto – A Torino, governata da Chiara Appendino, l’inchiesta riguarda una serie di illeciti nei servizi cimiteriali. Ma è sul palcoscenico nazionale di Roma che si è acceso il riflettore più potente con l’arresto di Raffaele Marra, ex braccio destro della sindaca Virginia Raggi. Parallelamente a Milano il primo cittadino Giuseppe Sala si prendeva un avviso di garanzia per un appalto risalente ai tempi in cui era commissario straordinario dell’Expo. Ne seguiva una breve autosospensione dall’incarico di Palazzo Marino, poi rientrata. Non bastassero tutte queste inchieste rese pubbliche dagli atti giudiziari e dagli arresti, ecco che arrivano anche le soffiate ai giornali, con l’innegabile scoop del Fatto Quotidiano di ieri su un’indagine a carico del comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette. L’ufficiale più alto in grado nell’Arma avrebbe messo in guardia i vertici della Consip – la centrale di acquisti dello Stato – dal trattare con l’imprenditore Alfredo Romeo, coinvolto (tanto per cambiare) in nuove indagini sulle sue molteplici attività di facility management. Anche in questo caso un uomo delle istituzioni – il capo dei carabinieri come il presidente di una Regione – finisce nel mirino dei magistrati con l’accusa di fare gli interessi di una parte pubblica (la concessionaria per gli acquisti dello Stato nel primo caso e i sindaci campani nel secondo). Nonostante la stranezza dei casi tutti questi episodi hanno inevitabilmente conquistato il massimo dell’attenzione mediatica, arrivando come una sicura ammissione di colpevolezza alle orecchie dei cittadini meno capaci di distinguere tra un avviso di garanzia e una condanna.

Restano le macerie – Senza voler disturbare per l’ennesima volta la teoria del complotto, tutti questi casi mettono però naturalmente in crisi il già difficile rapporto tra politica e toghe. Rapporto mai tanto deteriorato quanto negli anni del berlusconismo, e che a ogni sentenza – spesso giustissima – riapre un solco dentro al quale si crogiola l’anti-politica e l’anti-sistema. Un’area di indignazione che per anni è stata intercettata dalla Lega e poi dai Cinque Stelle, ma che adesso in questo gioco di tutti al massacro non trova più sfogo se non nel rifiuto assoluto di ogni forma di partecipazione alla cosa pubblica. Il primo gradino di uno Stato in progressivo disfacimento, dentro al quale restano in piedi solo macerie economiche e morali, sulle quali chiunque andrà a governare – fosse anche un giorno un ipotetico “partito dei giudici” – non riuscirà a far rinascere nulla.