Uno sguardo sulla quarta dimensione di Lady Lou

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di Raffaella Salato

“E’ quando sto lavorando e prendo delle decisioni che la mia vita è più emozionante: quando metto insieme le cose e come le metto insieme. Questo lo chiamo energia del vivere o essenza della vitalità, perché si è pienamente vivi quando si lavora. Si toccano le vere fibre del significato della vita”.
Louise Nevelson, al secolo Leah Berliawsky (Pereyaslav 1899 – New York 1988), era questo: una donna che si esprimeva compiutamente nella realizzazione delle proprie opere, “una artista”, come ella stessa si definì, a soli nove anni, allorché la bibliotecaria del paese le domandò cosa avrebbe voluto essere da grande. E la forma da lei prescelta fu la scultura, declinata nelle più variegate fogge, materie e dimensioni: la scultura così scarna ed immediata, rispetto alla pittura che invece confonde con il “colore” e crea un’illusione; quella plasticità esasperata dell’oggetto che trascende le tre dimensioni per traghettare l’autore nella “quarta” (“La scultura ha sempre quattro lati… quattro realtà, per l’appunto”, scriveva).

Le opere esposte
Sono oltre settanta le opere della Nevelson esposte al Museo Fondazione Roma di Palazzo Sciarra, fino al 21 luglio prossimo, nella retrospettiva curata da Bruno Corà e fortemente voluta dal Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, che con questo progetto conferma ancora una volta la mission dell’istituzione da lui presieduta: l’attenzione da un lato al superamento dei confini del nostro Paese, nel solco del principio del dialogo tra diverse culture e della libera circolazione delle idee, dall’altro ad una finalità didattica ben precisa, che intende offrire al grande pubblico la possibilità di avvicinarsi concretamente a realtà meno note le quali, pure, hanno fatto la storia dell’arte del Novecento. In particolare, questa mostra – realizzata con opere provenienti da importanti enti e musei nazionali ed internazionali, tra cui la Louise Nevelson Foundation, la Pace Gallery di New York e la Fondazione Marconi – “rivolge un’attenzione particolare al mondo femminile, focalizzandosi sulla personalità e sul tratto figurativo di alcune donne che hanno apportato un contributo significativo all’arte contemporanea.” spiega il Prof. Emanuele, e aggiunge: “Il percorso, infatti, è iniziato nel 2009 con l’esposizione dedicata a Niki de Saint Phalle ed è proseguito con la mostra che ha visto protagonista Giorgia O’Keeffe, nel 2011.”.

Nata in Ucraina
La Nevelson, nata in Ucraina e trasferitasi da bambina con la famiglia in America, nel Maine, fu estremamente precoce e fin da piccola imparò a conoscere il mondo attraverso il disegno e la tecnica ad acquarello. Successivamente al matrimonio con Charles Nevelson – sposato senza amore, solo per ottenere la cittadinanza americana e perché egli non si opponeva alla sua carriera di artista – si trasferì a New York, che rimarrà sempre la “sua” città e dove comincerà a frequentare le personalità più colte e culturalmente informate dell’epoca.
“Lady Lou” – come venne chiamata abitualmente nell’ambiente a partire dagli anni ’50 – fu un’artista assai ricettiva, che assimilò come una spugna le sollecitazioni più originali dell’arte europea e americana a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, accostandosi prima all’astrattismo di Kandinsky, Klee e Rothko, e in seguito alla corrente cubista, per lei vera e propria rivelazione, ma senza ignorare le suggestioni dello spiritualismo tipiche dell’arte precolombiana (fondamentali in tal senso l’incontro con Rivera, marito di Frida Khalo, e una breve esperienza vissuta in Messico): “Forse i miei occhi hanno una grande memoria di tanti secoli”, disse.
La mostra romana si apre con un’esposizione di disegni e terracotte, le opere delle origini (anni ‘30), che testimoniano la ricerca di un nuovo rapporto con lo spazio mantenendo sempre saldo il legame con il segno, per scandire piani e forme: non a caso la Nevelson studiò grafica e tecniche di stampa per gran parte della sua vita, e il rigoroso rispetto delle geometrie spaziali si rinviene anche nei manufatti successivi, quelli scolpiti nel legno, il materiale con cui – a partire dagli anni ‘40 – ha stretto la relazione in assoluto più profonda.

La tecnica
Maestra della tecnica dell’assemblage, che si concretizzava nel realizzare sculture anche monumentali unendo pezzi di legno con relitti di oggetti di uso quotidiano, recuperati per le strade della Grande Mela o nei retrobottega di rigattieri e artigiani, assurse finalmente ad icona dell’espressionismo astratto internazionale alla fine degli anni ’60, dopo l’esperienza alla Biennale di Venezia del 1962 e l’esposizione al MoMa di New York, guadagnandosi la fama di maggiore scultrice vivente contemporanea.

Il tratto
Tratto caratteristico dell’opera della Nevelson è la monocromia, che si declina lungo l’intero suo percorso artistico nelle tre fasi del nero, del bianco e dell’oro.
Il nero per accentuare la monumentalità delle forme, ma anche come compendio di tutti i colori, che lo rende “accettazione” e non “negazione”, facendone nientemeno che la tinta dell’Universo (infatti l’opera di dimensioni maggiori fra tutte, lunga 9 metri ed alta quasi 3, intitolata appunto “Homage to the Universe” e datata 1968, è completamente nera). Ad esso, l’artista accosterà dal 1959 in poi il bianco, “che è un colore più gioioso”, “che esce fuori nello spazio con più libertà”, permettendole di rendere con maggiore evidenza i rapporti tra luce ed ombre e inaugurando una fase in cui ella si autodefiniva “architetto della luce”, come testimoniano tre sculture dedicate al tema nuziale (“Dawn’s Host” e i due pezzi dell’installazione “Dawn’s Wedding Feast”). Infine, l’oro: l’oro che fa da sfondo alle preziose icone russe del suo Paese d’origine e l’oro che, nelle leggende tramandate dagli emigranti in cerca di fortuna oltreoceano, si pensava lastricasse le strade americane.
Esso fu l’epilogo naturale dopo il nero ed il bianco, perché “l’oro è un metallo che riflette il grande Sole” e, di conseguenza, rappresenta “un ritorno agli elementi naturali: ombra, luce, il sole, la luna”).

I collages
Concludono la mostra i grandi collages degli anni ’80, bidimensionali e non uniformi nei cromatismi, realizzati su supporti lignei o cartacei, e alcune serigrafie, oltre ad una serie di fotografie dell’artista intenta a lavorare nel suo studio o in posa per un ritratto: tra queste, spicca quella famosa di Mapplethorpe del 1986, che ci restituisce l’immagine fedele di una donna eccentrica e geniale, amante di vestiti barocchi, trucco pesante e ciglia finte, attenta al proprio aspetto così come all’armonia delle sue sculture, ma soprattutto incurante del conformismo e del pensiero comune della gente.