Vecchi e indagati: all’Europa i nostri scarti

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di Vittorio Pezzuto

Sarà dura. Questa volta sarà davvero dura convincere gli italiani a recarsi alle urne, e non soltanto perché diverse secchiate di comprensibile disillusione hanno da tempo spento in loro il fuoco della passione politica. La vera sfida che attende i partiti sarà infatti quella di suscitare in un mese la tenue speranza che il rinnovo del Parlamento di Bruxelles potrà in qualche modo incidere sul loro attuale tenore di vita. Servirà a poco evocare in maniera stanca lo storico Manifesto di Ventotene, il vero e proprio atto fondativo dell’Unione europea redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi durante gli anni del confino fascista. Il popolo italiano, che un tempo veniva descritto come il più sinceramente europeista, ha ormai imparato a diffidare di un’istituzione priva di poteri reali e lontana (non solo geograficamente) dalle sue legittime aspettative. La storia recente gli ha semmai insegnato che in quell’aula inutile vanno spesso a spiaggiare personaggi a un passo dalla pensione o suscettibili di turbare in patria i delicati equilibri interni al proprio partito. Materiale di risulta, insomma, che infatti un minuto dopo l’elezione si inabissa nel cono d’ombra dei media per poi riemergere cinque anni dopo, come un fiume carsico, ancora più sconosciuto e irrilevante.
E fa rabbia constatare come negli altri Paesi non si sognino mai di ricorrere alla vulgata retorica dell’Europa quale opportunità da cogliere. La colgono e basta, inviando a rappresentarli agguerriti parlamentari che difendano gli interessi nazionali con la brutale efficacia dei lobbysti. Certo, sarebbe esercizio di bassa demagogia non riconoscere come alcuni dei nostri rappresentanti si siano in questi anni conquistato il rispetto dei loro colleghi partecipando assiduamente alle sedute e governando dossier di rilievo. Ma la tendenza generale, purtroppo, è assai diversa.

Domande in attesa di risposta
Ce lo hanno spiegato benissimo gli stessi partiti, che hanno depositato liste farcite di nomi deboli o stagionatissimi quando non addirittura controversi. Per dire, a nessun leader europeo sarebbe mai venuto in mente di improvvisare a un cocktail party l’investitura a possibile candidato di un ex campione di calcio incontrato lì per puro caso. È invece successo a Londra con il premier Matteo Renzi che dopo un fortuito scambio di battute già s’ingolosiva al pensiero dei possibili titoli di giornale sull’arruolamento di Marco Tardelli (e soltanto il buonsenso tattico dell’ex centrocampista della Nazionale ci ha risparmiato l’ennesima furbata mediatica). E d’altronde sempre il Pd dovrà finalmente spiegarci se le giovani deputate capolista Alessandra Moretti e Simona Bonafè (entrambe in Parlamento da poco più di un anno), Pina Picierno e Alessia Mosca vorranno in caso di elezione optare o meno per il Parlamento europeo. E ancora: la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni si è candidata in tutte le circoscrizioni perché muore dalla voglia di rappresentarci a Bruxelles o perché viceversa vuole evitare che muoia anzitempo nelle urne la sua ambizione di sedere da protagonista all’italianissimo tavolo di trattative per la ricostruzione del centrodestra? E i ministri Stefania Giannini (Scelta Civica), Beatrice Lorenzin e Maurizio Lupi (entrambi Ncd) hanno deciso di abbandonare fra un mese i loro ranghi nel governo oppure si affideranno in queste settimane alla credulità popolare? Quanto all’ex giornalista Giovanni Toti, una volta eletto consiglierà telefonicamente Silvio Berlusconi tra una riunione di commissione e una seduta plenaria oppure continuerà come prima a fare politica da palazzo Grazioli?
Non ci scandalizziamo se ministri scaduti come Cecile Kyenge e Flavio Zanonato oppure illustri sconfitti come Gianni Alemanno cercano alle Europee una legittima occasione di rilancio, e sappiamo bene come sia impossibile in queste occasioni evitare il folklore di candidature improbabili (l’ex portaborse di Scilipoti, la cabarettista Susy Blady, la tronista Ylenia Citino, il valletto di Forum Fabrizio Bracconieri).
Quello che però poteva esserci evitata era la riproposizione di politici decotti, rinviati a giudizio o già condannati in primo grado (su tutti spiccano i casi di Clemente Mastella, Giuseppe Scopelliti, Lorenzo Cesa e Guido Podestà). Eh sì, questa volta sarà davvero dura convincerci che le Europee non sono solo l’exit strategy di un personale politico disperatamente alla ricerca di un lido istituzionale tanto sicuro quanto irrilevante.

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