Natale sotto tono e carrelli sempre più leggeri: per Confesercenti il 2025 è stato un anno amaro per il commercio

Confesercenti commenta i dati Istat: dicembre in calo, Natale senza slancio e piccoli negozi sempre più sotto pressione.

Natale sotto tono e carrelli sempre più leggeri: per Confesercenti il 2025 è stato un anno amaro per il commercio

Le vetrine brillavano, i conti molto meno. Il 2025 per il commercio finisce con il fiato corto e può essere definito un vero e proprio annus horribilis. A dirlo è Confesercenti, commentando i dati Istat di dicembre. Secondo quanto riporta l’istituto nazionale di statistica (Istat), le vendite al dettaglio sono in calo rispetto a novembre, sia in valore (-0,8%) sia in volume (-0,9%).

Una frenata netta che suona come un campanello di allarme.

Dicembre non salva l’anno

In tempi di magra, il Natale è sempre l’ultima carta da giocare per risollevare le sorti del commercio. Peccato che stavolta non abbia funzionato come atteso, complici salari stantii, rincari dei prezzi e tensioni internazionali. Negli ultimi dodici mesi le vendite crescono appena dello 0,8% in valore, mentre i volumi arretrano dello 0,6%. Ciò si traduce nel paradosso secondo cui si incassa qualcosa in più, ma si vende molto meno. E non è tutto. La cosa peggiore è che questo è il quarto anno di fila che si conferma questo trend negativo.

Proprio per questo Confesercenti, nel suo comunicato stampa, parla di una “ripresa sperata”, ma rimasta nel cassetto.

Black Friday, Natale dimezzato

Come qualcuno può immaginare, a pesare in negativo sulle vendite di dicembre è stato anche il Black Friday. Sì, proprio l’atteso periodo di offerte che precede il Natale. Questo perché una parte consistente degli acquisti natalizi è stata anticipata a fine novembre, periodo in cui si celebra questo evento commerciale nato negli Stati Uniti e diventato un fenomeno planetrio, che ha finito per svuotare le vendite dell’ultimo mese dell’anno.

E non è tutto. Nei prodotti non alimentari resistono solo le spese indispensabili: farmaci e cura della persona. Tutto il resto — calzature, utensileria per la casa — scivola indietro nella lista delle priorità degli italiani. Del resto quando i soldi scarseggiano, ciò che può aspettare viene rimandato a data da destinarsi.

Carrelli pieni? Solo nei prezzi

Sul fronte alimentare, anch’esso segnato da dati negativi, il problema ha un nome preciso: l’inflazione. I rincari, infatti, svuotano i portafogli e alleggeriscono i carrelli. Ma la cosa peggiore è che il caro prezzi, specie a fronte di salari immobili, comporta la paradossale dinamica secondo cui si spende di più per portare a casa meno prodotti alimentari. Cosa significa concretamente? Famiglie in difficoltà e imprese schiacciate tra promozioni aggressive e margini sempre più sottili.

Le piccole superfici pagano il conto più salato: tra il 2022 e il 2025 le vendite crescono appena del 3% in valore, ma crollano dell’11% in volume. Una forbice che è ormai drammatica.

E guardando al 2026, c’è ben poco da essere ottimisti con l’inflazione che rialza la testa a gennaio — soprattutto sul carrello della spesa — che suona come un campanello d’allarme. Di quelli che non andrebbero ignorati.