Via libera al Def. Sì ai soldi per le riforme. Finalmente ci si comincia a muovere sui veri nodi del Paese

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Ce lo diranno a settembre. Dove si troveranno i soldi per le riforme promesse in campagna elettorale è un giallo che ha bisogno di altri due mesi per svelarci il mistero.  A suo tempo però le coperture salteranno fuori, o perlomeno questo è quanto ha promesso ieri il ministro dell’Economia e Finanze Giovanni Tria alla Camera, ottenendo la fiducia sul Def, il Documento di programmazione dei conti dello Stato approvato con 330 voti a favore e 242 contrari. Nel testo finale non ci sono sorprese o fughe in avanti, se non l’annunciato impegno a sterilizzare le clausole di salvaguardia che imporrebbero l’aumento dell’Iva e una politica di sostanziale continuità con quella dei Governi Renzi e Gentiloni in materia di contenimento della spesa pubblica dentro il reticolato consentito dai vincoli europei. Il tutto però in un contesto meno brillante rispetto al più recente passato.

Il ruolo di Bruxelles – Le previsioni sulla crescita del Paese quest’anno sono più basse rispetto al già modesto +1,5% del 2017. E per sostenere le imprese non si potrà aumentare il deficit, che secondo il quadro macroeconomico  tendenziale definito dal Documento economico appena approvato fissa il deficit allo 0,8% del Pil nel 2019 e il pareggio di bilancio nel 2020. Se si centrassero questi target, il debito secondo Tria “inizierebbe un chiaro percorso discendente. Un’evoluzione che perciò è bene non mettere a repentaglio”. Il consolidamento del bilancio è infatti
la condizione necessaria per mantenere la fiducia dei mercati finanziari, imprescindibile per tutelare i risparmi
italiani e ottenere una crescita stabile, ha ribadito il ministro. Tria ha spiegato anche che lo scenario tendenziale
del rapporto deficit-Pil sarà oggetto di seria riflessione in sede di predisposizione del quadro programmatico
in stretta collaborazione con l’Ue. Un discorso di grande responsabilità, ma non esattamente quello che M5S e Lega hanno promesso solennemente alla loro base, dove invece ci si aspetta una rinegoziazione all’arma bianca sui  vincoli alla spesa. Anche perché intenzione del Governo è “invertire il calo degli investimenti pubblici in atto dall’inizio della crisi”, nella consapevolezza che “i maggiori ostacoli non vengono dalla carenza di risorse”, ma dalla perdita di competenze a livello locale e dagli “effetti non voluti” del Codice degli appalti, come ha detto chiaro Tria,
annunciando che proprio a questo scopo verrà costituita una task force all’interno del Governo.

Incognita dazi – Si vuole tornare dunque alle politiche economiche espansive, comprendendo in questo quadro il reddito di cittadinanza volto a contrastare le sacche di povertà presenti in Italia “tramite interventi non assistenziali
bensì tramite l’integrazione nel mercato del lavoro”. Anche qui il nodo di dove trovare le risorse resta però tutto
da sciogliere. Se da un lato il ministro ha informato il Parlamento di quanto sapeva già a proposito di un rallentamento previsto della nostra ricchezza prodotta quest’anno, non si è approfondito un quadro internazionale
azzoppato dal disimpegno (seppur graduale) della Banca centrale europea da quell’accomodamento monetario che ha salvato l’euro dalla grande crisi del 2012, oltre agli effetti oggi ancora poco quantificabili delle spinte protezionistiche imposte al mondo dall’amministrazione Trump con la guerra dei dazi.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Adesso basta errori sul virus

Cantano vittoria come se avessero ottenuto chissà cosa, ma l’Italia che comincia a riaprire dal 26 aprile non è un successo delle destre. Con le solite balle a uso elettorale, Salvini & company da ieri stanno ingolfando i social per intestarsi il ritorno alla normalità

Continua »
TV E MEDIA