Viaggio nel cuore violento della mafia nera. Sfruttamento sessuale, traffico di droga, riti vudù. Così si arricchiscono i criminali nigeriani

di Carmine Gazzanni
Cronaca

Sergio Nazzaro non ha bisogno di presentazioni. Parliamo di uno dei massimi esperti nel campo delle organizzazioni criminali. L’ha dimostrato, d’altronde, con altri suoi grandi reportage sulle mafie. Né è la prima volta che il giornalista si occupa di criminalità nigeriana (per chi non l’avesse letto, suggeriamo di leggere “Castel Volturno”). Ma c’è qualcosa in più nel suo nuovo libro, Mafia nigeriana (Città Nuova, pagg. 135). Ed è lo stesso motivo che rende questo volume per alcuni tratti unico: Nazzaro, infatti, racconta la prima inchiesta della Squadra antitratta della polizia di Torino (l’operazione Athenaeum) che, di fatto, ha rivoluzionato la storia della lotta alla mafia nigeriana in Italia. E lo fa dal di dentro, con le testimonianze di chi ha ideato e pianificato quell’operazione.

Ma il libro cattura per un altro piccolo (grande) particolare: al reportage – tratto peculiare di Nazzaro – lascia spazio il racconto. Il risultato è un vero e proprio romanzo che non abbandona mai, neanche per un secondo, il suo approccio d’inchiesta. Il resoconto è un libro fedele alla realtà ma con l’andamento placido del romanzo. Al centro della scena restano gli inquietanti tratti che, proprio grazie alla forza della scrittura di Nazzaro, arrivano dritti come un pugno nello stomaco. Violenze, abusi sessuali, sfruttamento. Tutto condito da riti vudù che tengono imprigionate con catene invisibili donne e ragazzine che, dopo aver affrontato un viaggio della speranza, finiscono col cadere nell’inferno più nero, ben lontane da un paradiso in cui speravano.

Ma lo sguardo di Nazzaro non si ferma al resoconto. Va decisamente oltre. E tocca il vero tema che spesso viene sottovalutato: “le mafie sono uguali dappertutto”, scrive Nazzaro. In un certo senso, dunque, non c’è razzismo tra i criminali. E il fatto che, al contrario, la narrazione in Italia cade spesso nel fare (e legittimare) discriminazioni crea un pericoloso precedente. Scrive il giornalista: “La mafia è anche nera, ma oggi la mafia nera serve quasi per coprire la pericolosità e la pervasività delle nostre mafie. Quelli, gli africani, i nigeriani, che sono pericolosi, i nostri neanche più sparano quasi. Il pericolo è sempre un altro, straniero a noi”. Dire che un qualcosa esiste, per quanto pericoloso sia, non deve mai portare a ritenere meno pericoloso il “nostro” già esistente. Significherebbe legittimarlo. E sarebbe l’inizio della fine.