Il “caso Alessandro Barbero” nasce da un cortocircuito del fact-checking: lo storico ha pubblicato un video con le ragioni del “No” al referendum sulla riforma della giustizia; il contenuto è diventato virale ma dopo una verifica di Open nel programma di Meta, su ricondivisioni è comparsa un’etichetta che ne ha ridotto la diffusione. Ciò è stato possibile perché Open è una delle due organizzazioni di fact-checking indipendenti selezionate da Meta in Italia per partecipare al Third Party Fact-checking Program (3PFC), il programma di collaborazione con i fact-checker per il contrasto alla diffusione di notizie false sui social network Facebook, Instagram e Threads.
Il caso Barbero nasce da un cortocircuito del fact-checking: ma le opinioni politiche non si etichettano
L’unica altra testata che partecipa al programma per l’Italia è Facta che, in un dettagliato articolo, ha raccontato perché ha invece scelto di non limitare la visibilità del post di Barbero. Per Facta c’è un errore di metodo: il Third Party Fact-checking Program di Meta ha regole pubbliche che limitano cosa si può etichettare e, soprattutto, escludono da questa possibilità le opinioni (idee e conclusioni basate sull’interpretazione di fatti e dati). Il video di Barbero rientra in questa fattispecie.
La spiegazione di Facta
“È ovviamente possibile che un’opinione diventi veicolo di disinformazione – spiega Facta – ma in questo caso Meta chiede ai fact-checker ‘di usare il buon senso per determinare se un contenuto è davvero un’opinione o un’informazione falsa mascherata come tale, valutandola nel modo più opportuno’. Facta ha sempre interpretato tale indicazione nel modo più cauto possibile, etichettando le opinioni solo nel caso in cui queste mettessero direttamente in pericolo la salute o l’incolumità di persone o comunità”.
Le preoccupazioni del Pd, fatta eccezione per i riformisti (Picierno & C.)
Il punto, quindi, non è difendere Barbero “a prescindere”, ma difendere il confine tra verifica e giudizio politico: usare l’apparato di Meta per bollinare un’opinione rischia di incidere sul pluralismo durante una campagna referendaria. A rilanciare tale preoccupazione, a Palazzo Madama, è un’interrogazione alla premier Giorgia Meloni del Pd, con i senatori Francesco Boccia e Antonio Nicita. Stessa iniziativa alla Camera promossa dalla presidente dei deputati dem, Chiara Braga e dalla responsabile Giustizia, Debora Serracchiani. Ma il Pd si sa non è un partito granitico e i riformisti assumono sempre posizioni originali. Come Pina Picierno che non esita a esprimere solidarietà all’autore del fact-checking di Open.