Woodcock indagato. Senza controllo la guerra per bande attorno a Renzi: la Giustizia ha perso la credibilità

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Sarà divertente vedere che salti mortali farà Marco Travaglio per spiegarci ancora una volta che il suo amico Henry John Woodcock è il buono e tutto il resto del mondo siamo i cattivi. Salto mortale che come al solito al direttore del Fatto Quotidiano riuscirà benissimo, bravo com’è con le parole. E sia ben chiaro che fino a una eventuale condanna anche il numero due della Procura di Napoli è da intendersi innocente. Ma che sia stato commesso un reato grave, come la fuga da ambienti giudiziari di notizie, intercettazioni e tutto l’armamentario dello sputtanamento per la famiglia Renzi e la sua parte politica, questo è certo e innegabile. A questo giornale, che i nostri lettori sanno quanto sia critico su Matteo Renzi, interessa nulla delle fortune politiche del segretario del Pd. Ma non ci accodiamo alla tribù degli odiatori a prescindere, sullo stile della sedicente Verità di Maurizio Belpietro o del Fatto, bensì seguiamo e anticipiamo come è possibile l’evolversi delle cose. Non avremo per questo un bel po’ di lettori, ma una cosa è il giornalismo, un’altra la politica camuffata con altri mezzi.

Torniamo però a Woodcock e alla sua inchiesta usata come una clava proprio contro Renzi. A informare l’universo mondo di cosa bolliva in pentola sono state guarda caso La Verità e il Fatto Quotidiano con anticipazioni che avevano il marchio di provenienza timbrato addosso. Con la correttezza e il fiuto che lo contraddistinguono da sempre ha fatto un po’ di luce il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri. Quando certe notizie arrivano ai giornali – ha detto il magistrato – a tirarle fuori possono essere solo i pm o le autorità di pubblica sicurezza che svolgono materialmente le indagini. Ma mentre i pm possono far uscire quello che vogliono senza che le Forze dell’ordine sappiano nulla, nel secondo caso è improbabile che gli ufficiali di polizia, carabinieri o guardia di finanza passino le carte contro la volontà del pubblico ministero, il quale revocherebbe subito i collaboratori infedeli.

Noi nel mirino – Un ragionamento così ovvio che il 24 dicembre scorso decidemmo di aprire in prima pagina questo giornale con il titolo: “La vera fuga di notizia è quella di Woodcock”. Un articolo per il quale Woodcock ci ha querelato, facendo uscire un’intervista mascherata su Repubblica nella quale avvertiva che con i risarcimenti chiesti a tutti i colpevoli di chissà quale diffamazione ci si sarebbe comprato una villa. Premesso che questo giornale non chiede finanziamenti pubblici e a furia di fare inchieste ha preso querele dalla Banda della Magliana alle giudici che hanno condannato Berlusconi per Ruby (nonostante la sentenza poi annullata), dalla Cgil all’Enel, e che per ritorsione ha avuto tagliata la pubblicità, al massimo con noi potrà farsi la villa con una scatola di Lego. L’unica cosa che però ci interessa, e che dovrebbe interessare anche un pm, che ha l’obbligo di legge di cercare la verità anche a vantaggio dell’indagato, è che la Giustizia non sia usata per colpire obiettivi politici. Questa – anche se Travaglio non lo ammetterà mai – sarebbe la fine dello Stato democratico e l’inizio di un regime. E per questo la cosiddetta guerra di Procure è il male minore di fronte alla colpevole ignavia del Consiglio superiore della magistratura, immobilizzato dalle correnti dei magistrati amici di Woodcock, e alla palese manipolazione degli atti dell’inchiesta emersi insieme alle carte false prodotte dal capitano dei carabinieri del Noe Gianpaolo Scarfato. Personaggio ritenuto di assoluta fiducia da Woodcock e che adesso fa intuire di essere stato indotto dalla Procura ad attribuire all’imprenditore Alfredo Romeo e non al suo consulente Italo Bocchino un incontro con il padre di Matteo Renzi. Una circostanza che punta chiaramente a costruire una prova per arrivare ad arrestare Tiziano Renzi. Ora in un Paese liberale la privazione della libertà di una persona dovrebbe essere l’ultima ratio.

L’Ordinamento attribuisce questo potere alla magistratura in nome del Popolo italiano, e dunque anche del presunto autore di un reato fin quando non vi siano prove sicure e una serie precisa di elementi (la reiterazione del crimine, l’occultamento delle prove e il pericolo di fuga). Se però si costruiscono le prove, le si usano in un’inchiesta e non arrivando a nulla lo stesso le si fanno uscire sui giornali, allora qui si mina la stessa credibilità della magistratura e si infangano le toghe e le divise indossate. Così adesso abbiamo Scarfato con una posizione talmente indifendibile da averlo indotto – un ufficiale dei carabinieri! – a non rispondere ai pm di Roma e a chiedere di portare il suo caso al tribunale di Napoli, come se li possa ottenere qualche protezione. Ma anche quella di Woodcock è una posizione che non scherza e in un Paese normale non solo il caso Consip gli sarebbe stato tolto da un pezzo, ma lo si metterebbe almeno in aspettativa fino all’emergere della verità su tutta la faccenda. D’altra parte che credibilità possono avere adesso le sue inchieste, e che serenità di giudizio ci si può aspettare da un magistrato che giusto ieri il Fatto Quotidiano santificava con un articolo di un’intera pagina farneticante. Tutto l’opposto di quello che dovrebbero essere i magistrati, servitori preziosi dello Stato e non strumenti di una guerra politica che andando di questo passo è diventata ormai una guerra tra bande, con dentro pezzi di Istituzioni, Servizi segreti, Forze dell’Ordine e anche diversi giornalisti più interessati allo scoop o all’obiettivo politico del proprio giornale piuttosto che a raccontare i fatti con onestà.