Altro che addio alla politica. Renzi vince anche se perde il referendum di domenica: sarà decisivo per qualsiasi Governo

di Stefano Iannaccone
Politica
Renzi dimissioni mai

Dimissioni di Matteo Renzi e Governo tecnico per chiudere la legislatura. Oppure un esecutivo politico, con un nuovo presidente del Consiglio, che possa andare avanti con l’attuale maggioranza magari anticipando il ritorno alle urne al 2017 inoltrato (invece che nel 2018). O addirittura un semplice rimpasto con il Rottamatore che resta in sella e va avanti, tradendo anche promessa di “cambiare mestiere” in caso di naufragio delle riforme, come ha detto al momento dell’insediamento a Palazzo Chigi, e come ha ripetuto fino a qualche settimana fa. Ma del resto la storia insegna che le campagna elettorale sono piene di tante parole, che il giorno dopo la chiusura dei seggi perdono significato. Basti pensare a quanto sta accadendo negli Stati Uniti con Donald Trump.  A meno di una settimana dal referendum, insomma, tutto ruota intorno alle intenzioni del premier, ammesso che dalle urne esca vincitore il No. Perché in questo quadro così indecifrabile c’è una sola certezza: se la riforma dovesse essere approvata dagli italiani, Renzi andrebbe avanti come un cingolato, forte della tanto attesa benedizione popolare. A quel punto non ci sarebbe alcun freno: dalle nomine delle grosse aziende alle altre riforme, nessuno potrebbe mettere freno agli appetiti del Rottamatore.

Doppio ruolo – È stato Renzi stesso a evocare il pericolo di “un Governo tecnico”, facendo materializzare il fantasma di Mario Monti. Un nome che toglie il sonno agli italiani. Ma soprattutto una strategia per lasciar capire a tutti di non voler proporre esperienze del genere: anche perché dovrebbe avere l’appoggio determinante del Partito democratico. Della serie: va bene tutto, ma un ritorno all’era dei tecnici non è nei progetti dem. Nella cerchia renziana garantiscono che, in caso di ko, Renzi andrà dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, già la mattina del 5 dicembre per dare le dimissioni. Ma c’è un aspetto tutt’altro che secondario. Uscirebbe dalla porta del Quirinale come premier dimissionario, ma rientrerebbe qualche minuto dopo in qualità di segretario del Pd insieme ai capigruppo di Camera e Senato, Ettore Rosato e Luigi Zanda. Al presidente della Repubblica dovrebbe dire cosa vuole fare il Pd: chiedere le elezioni anticipate o suggerire il percorso per un nuovo Governo. Nel secondo caso, però, bisogna pure decidere con quale modalità portare avanti la legislatura: un Renzi bis o il Governo di un renziano. In questo caso sarebbe preferito il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, rientrato nelle grazie del Rottamatore, rispetto il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, il profilo buono per tutte le stagioni, capace di acquisire un’autonomia non gradita a Palazzo Chigi.

Mazziere – “Matteo potrà accettare un nuovo incarico, per un Governo a tempo, solo se fosse costretto. Ma allo stato non si vede in giro tanta gente in grado di costringerlo”, spiega a La Notizia un deputato molto vicino al premier.  L’ipotesi di una new entry a Palazzo Chigi è al momento la più gettonata anche tra gli uomini più leali al leader. Anche perché porta a una garanzia: Renzi resta sempre al centro a distruibuire le carte, scegliendo il nome dell’eventuale erede e dettando i tempi di durata della legislatura. Con un ulteriore vantaggio: avere a disposizione il tempo per dedicarsi alla riorganizzazione del Pd e usare “il lanciafiamme”, come aveva promesso dopo il deludente voto delle amministrative, per fare un po’ di pulizia. Rendendolo marcatemente renziano, spazzando via la minoranza dem magari dopo aver trionfato al congresso. Un’eventualità tutt’altro che improbabile, vista la fragilità degli avversari interni.