Analisi tra costi e benefici. Sotto al treno ci finisce Salvini. Il Capitano minaccia di far saltare il Governo. Ma il dopo è incerto e già delude i suoi elettori

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Tutti i treni hanno un capolinea. Come i Governi. Vedremo se quello del Tav combacerà con l’ultima stazione del premier Giuseppe Conte. Quanto sta accadendo negli ultimi giorni è però un pessimo segnale sulla direzione di marcia. Matteo Salvini ci gioca sopra, provando a rinviare la decisione sui bandi dell’alta velocità a lunedì, con tutta calma. Ma qui in gioco c’è il Paese, che rischia di trovarsi senza Esecutivo, senza metà dei provvedimenti annunciati dai gialloverdi e senza la stessa linea tra Torino e Lione di cui improvvisamente gli italiani sembrano avere assoluto bisogno per salvarsi da fame e carestia.

Inutile dunque nascondersi: il contratto tra Lega e 5 Stelle prevede che il Tav sia discusso come è stato fatto per il Tap e il Terzo valico. Se i benefici superano i costi l’opera si fa, se no ci si mette una croce sopra. Ora, tutti sappiamo che lo studio consegnato dai tecnici è chiaro, e malgrado il tentativo di ridicolizzarne il principale estensore, il prof. Ponti, mischiando relazioni di tipo diverso, è di tutta evidenza che stiamo buttando miliardi in un progetto vecchio e pressoché inutile. Dunque non si capisce come Salvini possa pretendere l’avvio dei cantieri senza riconoscere che così rompe il contratto con Di Maio. Nulla di strano, dirà qualcuno, ricordando che un patto il leader del Carroccio l’aveva firmato con i partiti del Centrodestra che oggi stanno all’opposizione, tranne poi tornare a salire tutti sulla stessa barca quando è necessario per fare incetta di poltrone nelle regioni.

Siamo di fronte, insomma, a un equivoco permanente, che i Cinque Stelle hanno digerito pur di realizzare i loro punti del programma, ma che adesso non si può più mandare giù perché il No allo spreco del denaro pubblico è il primo punto dello stesso programma. E il Tav è uno spreco, a meno che non lo si voglia considerare come l’ennesima mancia elettorale dei leghisti ai loro territori di riferimento, sulla scia delle quote latte che ancora tutta Italia continua a pagare.

Perciò Di Maio ha detto con trasparenza che su questa partita Salvini non può scherzare, e il suo sottosegretario Buffagni ancora più esplicitamente ha ammesso che la crisi di governo è ormai nei fatti. Buttare al fiume quanto di buono si è fatto da giugno scorso sarebbe però imperdonabile, e dunque c’è davvero da sperare che il Presidente del Consiglio riesca a replicare lo stesso miracolo già visto con gli inceneritori in Campania o con la nave dei migranti Sea Watch lasciata per giorni in mezzo al mare.

Nodi difficili da sciogliere quanto il Tav, anche se in quelle occasioni non c’erano le elezioni europee ormai dietro l’angolo. Senso dello Stato, ma anche lungimiranza politica, dovrebbero portare all’unica composizione possibile della faccenda che corre in mezzo alla montagna tra Italia e Francia, e cioè l’accettazione senza altre bizzarrie della chiusura del progetto. Accanto a questo epilogo potrebbero essere previste delle auspicabili compensazioni, come un finanziamento straordinario ad altre opere necessarie nelle stesse regioni, a cominciare da un rafforzamento della metropolitana di Torino.

Diversamente si continuerebbe a tenere in piedi un Governo che non sa dire più la verità, e inevitabilmente comincerebbe a entrare in rotta di collisione con i suoi stessi elettori. Un’avvisaglia che proprio ieri Salvini ha potuto sperimentare scorrendo l’infinità di commenti lasciati dai follower nei suoi social network.

L’attaccamento al Capitano dalle mutevoli felpe e sponde politiche non è in discussione, ma il Governo ha una popolarità e un sostegno senza pari oggi in Europa. E dovendo scegliere tra questi due, non c’è dubbio che una parte di elettori non perdonerebbe chi volesse prendersi la licenza di staccare la spina al premier Conte. D’altra parte una tale decisione rischierebbe di produrre effetti disastrosi per tutti. Per il Paese, in prima luogo, visto che siamo in recessione e c’è una montagna di clausole di salvaguardia da rispettare nella prossima Manovra.

Rompere il contratto non servirebbe neppure a Salvini, che potrebbe trovarsi di fronte un Governo tecnico imposto da uno spread fuori controllo prima ancora che dal Quirinale. In caso di elezioni, anche ravvicinate, non è detto che l’esito consenta al Centrodestra salvinizzato di arrivare al 50,1%, e quindi ci troveremmo in una situazione simile a quella odierna. Vale la pena quindi di gettare tutto sotto a un treno?