ArcelorMittal, linea dura dei Cinque Stelle. Resiste il fronte del No al ricatto dello scudo penale. L’Esecutivo potrebbe essere costretto al voto di fiducia per sbrogliare la matassa

di Antonio Acerbis
Politica
BARBARA LEZZI

Il fronte del No resta in trincea. La linea del Piave tracciata da un agguerrito manipolo di senatori M5S resiste senza cedimenti. Sbarrando la strada ad ogni ipotesi di intervento attraverso un decreto per risolvere il caso ex Ilva. Una ventina di pentastellati almeno, guidati dall’ex ministro del Sud, Barbara Lezzi, contraria ad un provvedimento ad hoc che ripristini lo scudo penale in favore di ArcelorMittal. “Se il Gruppo indiano non ci sta allora si allarghi il confronto ad altre aziende, non possiamo farci minacciare così”, conferma un senatore del plotone.

Un fuoco di sbarramento che, visti i numeri della maggioranza, il governo non può ignorare nel delicato confronto con ArcelorMittal. Al di là dell’esito del vertice (potrebbe esserci un altro incontro la prossima settimana) di ieri mattina a Palazzo Chigi, dove il Gruppo franco-indiano avrebbe mantenuto ferma la propria posizione ribadendo la necessità di riscrivere il contratto siglato – il nodo della tenuta del gruppo parlamentare del Movimento in caso di una norma ad hoc per superare l’impasse sul caso Ilva è entrato ormai, alla voce effetti collaterali, nella trattativa. Fonti parlamentari Pd insistono nel dire che la strada del decreto omnibus sarebbe quella più percorribile.

L’ipotesi è quella di introdurre una norma generale che preveda tutele penali per tutte le aziende che si occupano di bonifica e misure per evitare lo spegnimento dell’altoforno 2. “Chi applica un piano ambientale non può risponderne penalmente se attua le disposizioni previste”, ha spiegato il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano. Posizioni con cui devono fare i conti il premier Giuseppe Conte e il ministro Luigi Di Maio di ritorno dalla Cina. Ma c’è anche un’altra ipotesi: varare una norma che contempli anche misure a sostegno dell’occupazione da inserire all’interno della legge di bilancio e sulla quale porre la fiducia. Per mettere così i Cinque Stelle, contrari ad una norma generale, di fronte ad un bivio.

Insomma, una matassa ingarbugliata alla quale si somma, ovviamente, il braccio di ferro tra l’esecutivo e ArcelorMittal che ha avviato formalmente la procedura per la cessione del ramo italiano. Ma il possibile rinvio della decisione sull’ex Ilva rischia di complicare ancor più i piani del governo. A preoccupare di più, secondo fonti della maggioranza, l’eventualità che a votare un provvedimento ad hoc in Parlamento a possano essere necessario il soccorso decisivo dell’opposizione, Lega in testa, offrendo a Salvini una nuova vetrina in veste di salvatore della Patria.

Oggi sarà il ministro Stefano Patuanelli a riferire in Aula sullo stato dell’arte. Che la situazione sia delicata, lo dimostra anche la convocazione, ieri mattina, dello stato maggiore del Pd da parte del segretario Nicola Zingaretti per avvertire gli alleati. “Non si tiri troppo la corda che potrebbe spezzarsi”, è stato il messaggio rivolto a Italia Viva e M5S sulla manovra e i continui distinguo delle ultime settimane. Ma i renziani derubricano la minaccia delle elezioni anticipate. “Si tratta solo di un bluff”, assicura una fonte renziana. O almeno spera.

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