Affittopoli di carta. Per gli archivi di Stato bruciamo milioni per immobili dove custodire documenti. La digitalizzazione resta un miraggio

di Carmine Gazzanni
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di Carmine Gazzanni

Prendiamo 287 immobili e riempiamoli di atti, documenti e fascicoli di ogni tipo, alcuni vecchi anche di 60 anni. E lasciamoli lì, abbandonati. Pile e pile di fascicoli che occupano una superficie complessiva di 137.754 metri quadrati. E poi, a conclusione del quadro, spendiamo qualcosa come 4,8 milioni di euro per l’affitto di questi immobili, nonostante ci sia una legge (del 2001) che invita le varie amministrazioni a mettere in campo strategie per rimuovere documenti ormai inutili, per fare spazio e risparmiare. Nell’epoca della politica 2.0, del premier smart tutto tweet e selfie, sembrerebbe uno scherzo. E invece no: la vicenda, per quanto grottesca sia, è raccontata in un corposo dossier della Corte dei conti.

VALANGA DI ATTI – È inutile dire che, in realtà, la superficie da considerare se si volesse fare un conto complessivo dei nostri depositi, è molto più vasta. Nel computo, ad esempio, non sono considerate le sedi dove trovano alloggio i documenti riservati di Viminale, Esteri e Difesa. Senza dimenticare che pile e pile di atti, spesso, sono mantenuti anche nei sotterranei degli stessi ministeri. Secondo i dati raccolti dal portale dell’Agenzia del Demanio (e nemmeno sono tutti, considerando che alcune amministrazioni “si dimenticano” di trasmettere i dati) parliamo in totale di oltre 11 milioni di metri quadrati di superficie. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di spazio pubblico, ma come detto non mancano immobili per cui paghiamo un profumato affitto. Ed è per questo motivo che dal 2001 è stata approvata una legge che prevede commissioni ad hoc per ogni ente (dai ministeri fino alle Province) affinché si attuino politiche volte a smaterializzare documenti ormai desueti e inutili.

GOVERNO INADEMPIENTE – Ed ecco che, allora, ogni anno come detto spendiamo 5 milioni per mantenere la bellezza di 87 immobili privati che lo Stato utilizza esclusivamente per depositare atti e documenti. Per dire: la Presidenza del Consiglio, nonostante tutti gli immobili di sua proprietà (alcuni dei quali non sono nemmeno occupati) conserva tutti i suoi faldoni nel Centro Polifunzionale di Castelnuovo di Porto, per il quale viene corrisposto un canone annuo che ammonta a 668mila euro. Ma su Palazzo Chigi c’è un particolare non da poco. È proprio la Presidenza del Consiglio a dare il cattivo esempio e ad essere inadempiente. La legge del 2001, infatti, prevedeva la formazione per ogni ente (centrale e periferico, fino a livello provinciale) di “commissioni di sorveglianza sugli archivi e per lo scarto dei documenti degli uffici dello Stato”. Peccato, però, che come scrivono i giudici contabili, il progetto portato avanti dalla Presidenza del Consiglio “non si è avvalso del contributo derivante dalle attività di scarto, non essendo stata ancora nominata la commissione”. Che sarà mai: dettagli. Ma, d’altronde, insieme alla carta è la superficialità a regnare sovrana. Anche al ministero dei Beni Culturali. Qui, ad esempio, è stata inviata un’apposita circolare per una richiesta istruttoria sugli archivi di deposito. Peccato però che a rispondere siano stati solo 96 uffici su un totale di 272. Nemmeno la metà. Insomma, in pochi comunicano i dati, con la conseguenza paradossale che le commissioni preposte sono ferme non potendo elaborare strategie adeguate. E, intanto, spendiamo una barca di soldi per dare un tetto alle nostre carte.

Twitter: @CarmineGazzanni

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