Responsabilità dei giudici, politica punisce toghe

dalla Redazione
Politica

Responsabilità dei giudici, la politica punisce le toghe. E il governo s’ingolfa

di Luca La Mantia

Alla fine la bomba è esplosa. La politica ha risposto alle manette e dichiarato guerra alla Magistratura. La Camera ha, infatti, approvato l’emendamento, presentato dal leghista Gianluca Pini, all’articolo 26 della legge Comunitaria che introduce la responsabilità civile dei magistrati. Un’esplosione così forte da mandare Ko lo stesso Governo, battuto al voto e spaccato dallo scrutinio segreto (sarebbero 34 i tiratori franchi del Pd). Il tutto con il Premier lontano, a cercare di portare avanti gli accordi commerciali con i paesi dell’estremo oriente. Insomma il delitto perfetto per dirlo in maniera hitchcockiana. Il Governo e la stessa commissione Giustizia della Camera avevano espresso parere negativo sul testo. I voti faroveli sono stati, però, 187, quelli contrari solo 180. Decisiva per il passaggio dell’emendamento del Carroccio è stata l’astensione dei 65 deputati di Sel e Movimento 5 Stelle. La palla ora passa al Senato, dove alcuni Dem promettono battaglia per non “minare l’autonomia della Magistratura” come ha detto il capogruppo Democrat all’interno della Commissione Giustizia, Walter Verini. La norma prevede che “Chi ha subìto un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale”. La cosa, come ovvio, ha scatenato l’ira delle toghe. Secondo l’Associazione Nazionale Magistrati la norma presenterebbe “profili di incostituzionalità”. “In un momento  – ha spiegato il presidente di Anm, Rodolfo Sabelli – che vede la magistratura fortemente impegnata sul fronte del contrasto alla corruzione nelle istituzioni pubbliche, questa norma costituisce un grave indebolimento della giurisdizione”. Per Sabelli l’emendamento approvato dalla Camera avrebbe anche una “forza intimidatoria” non ha precedenti nel nostro ordinamento e si presterebbe a “usi strumentali”. Ad esempio, secondo il presidente di Anm, potrebbe essere usato per “per liberarsi di un magistrato ritenuto scomodo”. Sulla stessa linea d’onda anche il Csm. Il vicepresidente, Michele Vietti, ha parlato di “magistratura a rischio indipendenza”. Renzi, da Pechino, ha provato a minimizzare: “E’ una tempesta in un bicchier d’acqua” ha detto il Premier. Ma il caso esiste. Perché il messaggio della politica alla magistratura avviene proprio nei giorni in cui fioccano manette tra Milano e Venezia, con i partiti che vengono nuovamente messi sotto accusa. E questa volta non c’è solo il centrodestra di Silvio Berlusconi a schierarsi contro le toghe ma anche schegge impazzite della maggioranza. Una coalizione trasversale in grado di spostare gli equilibri, costringendo i giudici a pensarci due volte prima di aprire un fascicolo su un uomo politico. Decisivo sarà il passaggio al Senato ma intanto il guanto è lanciato. La guerra tra poteri è iniziata.

 

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Se la Cina sia vicina o lontana è dubbio amletico destinano a restare tale. Il viaggio che sta portando a termine il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme agli imprenditori italiani, non ha certo sciolto il dubbio. E, con tutta probabilità, nessuno si deve essere posto la questione. Semmai il tour nel paese della grande muraglia e del lavoro in nero come regola ha aperto la strada ad un altro amletico quesito, decisamente più ricco di appeal. Le elezioni anticipate si avvicinano o si allontanano? Il governo è stabile o traballa? La maggioranza è solida oppure le manovre al centro di Casini &c. – sempre in cerca di poltrone da occupare – rischiano di drenare terreno sotto i piedi a Renzi e ai renziani? Insomma, a che punto siamo? Domande attorno alle quali si avvita e si sviluppa il dibattito politico, con molteplici connessioni . Al termine della prima giornata di visita ufficiale a Pechino, infatti, Renzi ha trovato il tempo e il modo per preparare con i suoi collaboratori l’intervento che terrà sabato alla Assemblea del Pd. E le linee guida del suo intervento sono chiare: “un partito col 40,8% deve dire cosa vuole fare, e sabato dirò dove vogliamo andare e dove vogliamo portare il Paese”. “Del resto”, avrebbe spiegato il premier ai suoi, “e questo che significa avere il 40,8%: se prendi questa percentuale storica e poi cincischi, sei morto”. Un ragionamento, quello di Renzi, che sembra prefigurare una accelerazione sulla strada scelta dal leader del Pd: “gli italiani si sono espressi”, ha detto ancora ai suoi il premier, “vogliamo ascoltarli”?. Già, ma in che modo? Una corrente di pensiero, sia interna al partito che fra gli alleati di governo, vede nel ricorso alle urne la soluzione salvifica di tutto per tutti. Con una vera legittimazione popolare il secondo governo Renzi avrebbe davanti a se un’autostrada, senza curve e con quattro corsie. Non solo. Con Silvio Berlusconi ormai sul viale del tramonto le variabili sarebbero ridotte al minimo. Però restano sul tavolo due nodi:la legge elettorale e le riforme evocate e non ancora realizzate. E poi il Colle è disposto a sciogliere le Camere sono perché lo vuole Renzi? Difficile ma non impossibile. E l’avviso di garanzia consegnato ieri al governo non è affatto da sottovalutare. Sull’emendamento della Lega alla legge comunitaria che introduce la responsabilità civile dei magistrati il governo è stato battuto per sette voti. Il premier Renzi da Pechino ha sdrammatizzato mentre il vicepresidente del Csm, Vietti, ha lanciato l’allarme. Tanto vero il prima quanto il secondo, dato che toccherà al Senato correggere il tiro. E se qualcuno va cercando il caso, questo potrebbe essere quello buono.
L’altra corrente di pensiero vede nella durata del governo, almeno sino al 2015, la soluzione di tutti i mali, grazie anche all’assicurazione sulla vita garantita dal Quirinale. Soprattutto se Re Giorgio Napolitano non molla tutti e se ne va prima, come ha minacciato di nuovo, pensando alle Riforme. Ma per restare in sella il premier deve iniziare a centrare gli obiettivi prefissati, senza lasciare nulla al caso. Certo le voci dicono che l’accordo sulle riforme sarebbe ormai a un passo. Ma per chiudere il cerchio si aspetta l’incontro, che i bene informati danno per certo, in agenda la prossima settimana tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Un accordo che riguarderebbe non solo Forza Italia ma anche le Regioni, con cui è proseguito il confronto sull’articolo 117 della Costituzione che riguarda la ripartizione delle competenze con lo Stato. Certo, il governo non accetterà mai il vulnus di una maggioranza che non abbia i numeri per essere autonoma rendendo Forza Italia ago della bilancia. Per questo la questione del senatore Pd dissenziente Corradino Mineo è sul tappeto e sarà affrontata dal gruppo di palazzo Madama nei prossimi giorni. La prossima settimana, non a caso, è stata definita cruciale dal sottosegretario Luciano Pizzetti. Lo stesso Pizzetti, lasciando la commissione Affari Costituzionali, a proposito della sostituzione di Mineo, ha osservato: “deciderà il gruppo. Il problema esiste, perché in commissione i numeri sono 15 a 14 e la situazione potrebbe capovolgersi”. Quanto all’assenza di vincolo di mandato, fonti interne alla maggioranza osservano che un conto è in rapporto all’Aula, altro rispetto a una commissione dove è il gruppo di appartenenza a designare i commissari che, dunque, proprio il gruppo devono rappresentare. Insomma, tante variabili per un’unica domanda: si vota a ottobre o no? Sabato, forse, ne sapremo di più.

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