Capitan voltagabbana salva il referendum contro il taglio dei parlamentari votato quattro volte

di Raffaella Malito
Politica

A smascherare Matteo Salvini ci pensa Giorgia Meloni. “Fratelli d’Italia è l’unico gruppo in Senato a non aver firmato per chiedere la celebrazione del referendum confermativo sul taglio del numero dei parlamentari. Una scelta coerente con i nostri voti in Parlamento, sempre a favore della diminuzione dei parlamentari”, dichiara in una nota il presidente di Fratelli d’Italia, facendo venire a galla tutte le contraddizioni dell’ex ministro dell’Interno. Sebbene la Lega abbia sostenuto e votato per quattro volte la legge sul taglio dei parlamentari (600 eletti rispetto agli attuali 945) oggi scende in campo per renderne possibile il referendum confermativo. Giovedì doveva essere il giorno della consegna delle firme di 66 senatori in Cassazione – il termine ultimo è il 12 gennaio – per chiedere il referendum. Ma all’ultimo si sono sfilati quattro senatori di Forza Italia, vicini a Mara Carfagna (“Nessun favore alla Lega e al partito del voto anticipato”), il grillino Mario Michele Giarrusso (“No a strumentalizzazioni”), e i due Pd Francesco Verducci e Vincenzo D’Arienzo (“Ora che è stato avviato l’iter della riforma elettorale non ha più senso”). Facendo saltare il quorum necessario di 64.

Ed è qui che arriva il soccorso verde. Nel primo elenco dei firmatari, diffuso prima di Natale, Salvini era rimasto dietro le quinte senza metterci la faccia. A eccezione di due leghisti sui generis: gli ex M5S Grassi e Urraro, saliti da poco sul Carroccio, ma che al momento della firma figuravano ancora nel gruppo pentastellato. Ma dietro il nutrito plotone di senatori azzurri, oltre una quarantina, corsi a mettere il proprio nome c’era da giurare ci fosse la mano del leader leghista, vero regista occulto dell’operazione. Il referendum congela il taglio dei parlamentari e seduce quanti, soprattutto tra gli scontenti del partito di Berlusconi e del 5S, temono, con un Parlamento in versione mignon, di perdere il loro scranno. Se il governo dovesse andare in crisi prima della celebrazione del referendum, che potrebbe esserci tra aprile e giugno, si andrebbe al voto con l’attuale impianto costituzionale che prevede 945 membri invece di 600. Una carta in più in mano al leader leghista nella sua massiccia campagna acquisti a casa Berlusconi e dalle parti del M5S.

Da qui la decisione di sei senatori del Carroccio di aggiungersi, all’ultimo momento, all’elenco dei richiedenti il referendum. “Non hanno resistito alla voglia di tenersi strette le poltrone e a quanto pare è arrivato ‘l’aiutino’ della Lega”, commenta amaro il M5S. A loro si aggiungono altri 5 di Forza Italia e uno di LeU. Per un totale di 71 firme che i tre promotori ieri pomeriggio sono corsi a depositare in Cassazione. Si sperticano in ringraziamenti all’indirizzo della Lega i Radicali, fan del quesito referendario in questione. Per Salvini non c’è più nemmeno bisogno di nascondersi dietro la scusa che lo strumento referendario è sacro perché l’ultima parola spetta al popolo: “Abbiamo dato un contributo – ammette nel tardo pomeriggio – per avvicinare la data delle elezioni, perché prima va a casa questo governo di incapaci e meglio è”. “Quello sul taglio dei parlamentari è un referendum salva-poltrone. Un vero e proprio trucchetto, un giochino di Palazzo, un gioco sporco”, attacca l’azzurra Carfagna. Ma “chi spera nella fine anticipata della legislatura, utilizzando il referendum, resterà deluso”, dice il presidente dei senatori Pd Andrea Marcucci.