Caso scontrini, Marino condannato a 2 anni in appello. L’ex sindaco di Roma al vetriolo: “Sentenza dal sapore politico prima delle elezioni”

dalla Redazione
Politica
Marino Ignazio

L’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, è stato condannato nel processo d’appello per la vicenda degli scontrini a due anni di reclusione. L’ex primo cittadino, assolto in primo grado, era imputato per peculato e falso sulla vicenda delle cene consumate nei mesi in cui era al Campidoglio, e per truffa riguardo alla Onlus Imagine della quale era presidente (reato quest’ultimo per il quale è stato assolto).

La Procura generale chiedeva per il chirurgo la condanna a due anni e mezzo per il caso delle cene pagate con la carta di credito del Comune e l’assoluzione dall’accusa di truffa per la vicenda della Onlus. La decisione dei giudici della Terza sezione della Corte d’Appello è arrivata dopo poco più di due ore di camera di consiglio. Per la procura “26 delle 54 cene avvennero in giorni festivi o prefestivi, questa circostanza porta a considerare che si trattò di incontri avvenuti in tempi liberi da impegni istituzionali”. Inoltre molti ristoratori riconobbero “nella signora Marino – si legge nella richiesta di Appello – la commensale del sindaco”. Quanto alla Onlus “Imagine”, l’ex sindaco di Roma è stato coinvolto in relazione a certificazioni redatte, tra il 2012 ed il 2014, per compensi riferiti a prestazioni fornite da collaboratori fittizi, con presunta truffa ai danni dell’Inps di circa seimila euro. I pubblici ministeri hanno sempre  sostenuto “l’effettiva consapevolezza dell’imputato dell’artificiosità e falsità dell’operazione realizzata”, ma i giudici di secondo grado non l’hanno pensata cosi. Perché per questa accusa, come detto, è arrivata l’assoluzione.

“Non posso non pensare che si tratti di una sentenza dal sapore politico proprio nel momento in cui si avvicinano due importanti scadenze elettorali per il Paese e per la Regione Lazio”, il commento amaro di Marino: “Sono amareggiato anche se tranquillo con la mia coscienza perché so di non aver mai speso un euro pubblico per fini privati. Continuerò la mia battaglia per la verità e la giustizia in Cassazione”.