Consiglio di Stato allo scontro finale per la presidenza. Pajno in scadenza, in corsa Patroni Griffi, Santoro e Frattini

di Stefano Sansonetti
Primo piano

di Stefano Sansonetti

Gira e rigira sono sempre gli stessi nomi. E stavolta i meccanismi di legge sono in grado di ostacolare non poco il vento giallo-verde del cambiamento, almeno come è stato annunciato finora. Nella enorme partita delle nomine c’è un capitolo finora passato completamente sottotraccia. A fine anno è in scadenza il mandato di Alessandro Pajno alla presidenza del Consiglio di Stato. Sarà anche per questo motivo che il nome del magistrato nelle scorse settimane è finito spesso nel calderone come eventuale premier di un Governo di transizione sponsorizzato da Sergio Mattarella. Poi la storia ha preso un’altra piega. Sebbene al momento del cambio al vertice manchi ancora qualche mese, si vanno già organizzando coloro che ambiscono alla presidenza del Consiglio di Stato. Tra questi c’è sicuramente Filippo Patroni Griffi, oggi presidente aggiunto. Dalla sua ha un curriculum ad alta densità di incarichi, se solo si considera che negli anni più recenti è stato sottosegretario a palazzo Chigi con Enrico Letta e ministro della Pubblica amministrazione con Mario Monti. Nel suo percorso c’è anche la vicenda non proprio “popolare” della casa al Colosseo, comprata a due lire in occasione delle cartolarizzazioni immobiliari (ma ora, a quanto pare, non  ne è più proprietario). Altro profilo in gioco è quello di Sergio Santoro, presidente di sezione del Consiglio di Stato, che vanta la maggiore anzianità di servizio. Di lui si ricorda soprattutto l’esperienza a capo dell’allora Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, poi diventata l’odierna Anac (Anticorruzione). Ma Santoro, in un passato più risalente, è stato anche consigliere del Governo Berlusconi III per l’attività di monitoraggio e trasparenza amministrativa.

Gli altri – Terzo profilo molto attivo nella corsa al gradino più alto della giustizia amministrativa è Franco Frattini, altro presidente di sezione del Consiglio di Stato. Già ministro della funzione pubblica con Lamberto Dini premier e poi nel Governo Berlusconi II, è al Cavaliere che ha legato buona parte della sua carriera ministeriale, diventandone per due volte ministro degli esteri. In più nel suo passato recente c’è anche l’esperienza da Commissario Ue per la giustizia. La battaglia, quindi, ha già gettato le sue premesse di sviluppo. Del resto la nomina del presidente del Consiglio di Stato prevede una procedura in cui l’atto formale ultimo è del presidente della Repubblica, ma coinvolge anche il presidente del Consiglio (che sceglie tra una rosa di nomi), il Consiglio dei ministri e il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, l’organo di autogoverno di cui fino a non molto tempo fa era vicepresidente Giuseppe Conte, scelto poi come premier del Governo grillo-leghista. Senza contare il fatto che la scelta del nuovo presidente del Consiglio di Stato è destinata a intrecciarsi con gli assetti dei gabinetti ministeriali, in via di frenetica composizione. È proprio il Consiglio di presidenza a decidere la collocazione fuori ruolo di molti papaveri di Stato destinati ad avere grande voce in capitolo nei vari dicasteri. Fuori ruolo, per dire, oggi sono alti funzionari di Stato come Paolo Aquilanti, fin qui presidio di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi a Palazzo Chigi, Roberto Garofoli, vicino allo stesso Patroni Griffi e ormai dato per confermato nel ruolo di capo di gabinetto del Mef, e Carlo Deodato, da molti proiettato verso un ruolo di assoluto rilievo nelle stanze ministeriali.

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