Di Maio viene fuori dalla bufera. La stampa italiana invece no. Sparare sul padre per colpire il figlio è un autogol. Giornaloni scavano invano negli affari di famiglia del vicepremier

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Che batosta per chi ha utilizzato l’inchiesta delle Iene da una parte per colpire Luigi Di Maio e dall’altra i giornalisti che si impicciano su tutto. Dopo aver strombazzato per anni che il leader dei Cinque Stelle non aveva mai lavorato, proprio i nemici del Movimento ci hanno permesso di sapere che invece il ministro del Lavoro un impiego l’ha avuto. Un mestiere che in realtà sono due, perché il figlio del piccolo imprenditore edile Antonio Di Maio è stato assunto nel 2008 per alcuni mesi e messo in regola come manovale, conoscendo così la fatica di mandare avanti un’azienda con responsabilità di chi ne sarà in prospettiva proprietario, ma anche di chi svolge le mansioni più pesanti e subordinate.

I servizi delle Iene, che hanno posto domande del tutto legittime, e per questo è sbagliatissimo criminalizzare, ci hanno fatto conoscere una vicenda che attiene alla condotta imprenditoriale del genitore del vicepremier, e come tale va valutata, mentre purtroppo il livello di strumentalizzazione politica di gran parte della stampa nazionale era già noto. Lasciamo perdere adesso le riflessioni sulle colpe dei padri che non devono ricadere sui figli e tutte le altre cose interessanti che si sono già lette in questi giorni. Su Luigi Di Maio si possono dire tante cose, ed era prevedibile che arrivassero questi ed altri colpi bassi per colpire un ragazzo di 32 anni che è l’emblema di un popolo deciso a riappropriarsi degli spazi occupati militarmente da una politica troppo spesso disonesta. Questo attacco però è andato a vuoto, e come succede sempre in certe situazioni, tutto quello che non uccide fortifica.

Infatti, al contrario di quello che ieri alcuni quotidiani ci hanno abbondantemente raccontato, il clamore dello “scandalo” non ha messo in fuga mucchi di parlamentari (verso poi non si sa quali lidi), ma al contrario ha reso plasticamente evidente alla base del Movimento che i Cinque Stelle fanno sempre più paura agli establishment, e perciò sono attaccati con ogni mezzo disponibile. Da chi sta al Governo agli eletti in Parlamento, fino ai più semplici simpatizzanti, tantissimi hanno dunque espresso solidarietà a Di Maio, ben consapevoli che la faccenda nulla ha a che vedere con quelle dei genitori di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi.

Casi che La Notizia non ha mai strumentalizzato, come dimostra la scelta di pubblicare in prima pagina e a caratteri cubitali – com’è nello stile della casa – l’archiviazione di Tiziano Renzi quando venne fuori dal procedimento giudiziario di Genova su una società finita in bancarotta. All’epoca, ricordo bene, fummo l’unico giornale a dare tanto spazio a quella notizia che altri relegarono a poche righe nelle pagine interne, nonostante avessero dedicato molti articoli quando fioccavano le accuse. Nel caso della Boschi invece abbiamo criticato non il padre, ma la figlia, per la mancanza di trasparenza dell’allora ministro sui rapporti intercorsi con istituzioni e grande sistema bancario proprio nel momento in cui il genitore tentava di salvare Banca Etruria. Una situazione inopportuna, quando non opaca, emersa solo nel corso dei lavori della Commissione parlamentare sulle banche fallite.

Con la serenità di chi ha tenuto sempre la barra dritta, possiamo perciò dire che il giornalismo è il migliore alleato di qualunque buon Governo, ovviamente a patto che si tratti di giornalismo libero e leale. Due condizioni che in Italia sono rare per effetto di un mercato dell’editoria controllato da editori che hanno ben altri interessi da tutelare, mentre il settore vive una crisi senza precedenti, e dunque l’accesso alla professione e la conservazione del posto in redazione dipendono dalla fedeltà alla linea del giornale, che poi è inevitabilmente la linea del suo editore.

I Cinque Stelle – come se non bastassero le cose che vogliono cambiare – si sono messi in testa di spezzare questo sistema, eliminando evidenti distorsioni come il finanziamento pubblico a testate che non si capisce perché debbano godere di vantaggi rispetto a tutte le altre. Alla tavola di chi vuol vedere morto il Movimento si sono aggiunti perciò molti giornali e giornalisti. Ma il giornalismo – anzi, il buon giornalismo – è un’altra cosa. E così come è studido accusare i padri per colpire i figli o confondere le responsabilità di ben diversi padri e figli, allo stesso modo non si possono considerare i giornalisti tutti uguali.