Lei a giudizio, papà e zio condannati. Guai per la sindaca Di Nino, candidata al Senato in Abruzzo con Forza Italia

di Carmine Gazzanni e Maria Trozzi
Cronaca

Sono affari di famiglia. Lei, Antonella Di Nino, attuale sindaca di Pratola Peligna (L’Aquila) e candidata con Forza Italia al Senato in Abruzzo, rinviata a giudizio per violenza e minacce. Loro, papà Piero Di Nino e zio Stefano Di Nino, condannati ieri dal Tribunale di Sulmona, il primo a tre anni e nove mesi per estorsione (e al risarcimento del danno nei confronti di due dipendenti), il secondo a 9 mesi per “omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro”. E sarebbe potuta andare anche peggio, considerando che il procuratore della Repubblica, Giuseppe Bellelli, aveva chiesto 9 anni per Piero, imputato anche per “attentato ai diritti politici”.

L’inchiesta – Siamo nel 2010: Antonella Di Nino è candidata, come detto, alle provinciali, le ultime con votazione “diretta” prima dell’avvento della riforma Delrio. Il risultato è un trionfo: non solo è la prima degli eletti in provincia dell’Aquila, ma ha trascinato il suo partito, il Pdl, al 43% nel collegio di Pratola Peligna dove era appunto candidata. Un trionfo. Nel 2014, però, il patatrac. A partire dalle testimonianze di alcuni ex dipendenti della “Di Nino Trasporti”, la Procura di Sulmona mette sotto inchiesta 15 persone, tra cui i titolari della ditta leader nel settore degli autrostraportatori (con sede, manco a dirlo, a Pratola Peligna), e cioè Piero Di Nino e il fratello Stefano. Dopo un primo proscioglimento dinanzi al Gup e un ricorso vinto dalla Procura in Cassazione, il procedimento è stato riavviato, fino ad arrivare ieri alle pesanti richieste di condanna avanzate dalla stessa Procura. Secondo l’accusa, gli autisti erano costretti a sopportare turni di lavoro estenuanti per abbattere i costi dei trasporti, tanto che i tachigrafi dei camion venivano manomessi con un magnete di modo che risultassero fermi mentre, in realtà, i camion continuavano a circolare senza rispettare ore di riposo e fermi. Ma dalle testimonianze sarebbe emerso anche altro: alcuni dipendenti e i loro familiari, durante le elezioni provinciali del 2010, sarebbero stati obbligati a votare proprio per Antonella Di Nino. In caso contrario avrebbero rischiato il posto di lavoro. Addirittura, secondo alcune testimonianze, ci sarebbe stato un pulmino che avrebbe raccolto molti familiari dei dipendenti della società che risultavano rappresentanti di lista nelle circoscrizioni in cui si poteva votare la Di Nino, anche se residenti in altre circoscrizioni dove non avrebbero potuta votarla.

La requisitoria – Non a caso, nel corso della sua requisitoria, il pm Bellelli ha fatto leva sul potere in mano ai Di Nino, esercitato “non solo nel quotidiano, ma anche nel momento dell’esercizio della democrazia”. Con scene a volte tragicomiche. Come quando i dipendenti di altre località scelti come rappresentanti di lista “non ricordano nemmeno quale coalizione fosse quella della figlia”. Insomma, “era tutta una costrizione”, ha esclamato in conclusione Bellelli, prima della camera di consiglio. Al termine della quale, come detto, Di Nino è stato condannato a 3 anni e 9 mesi. Nessun rilievo penale sulle presunte pressioni elettorali ai dipendenti, nonostante le testimonianze di alcuni di loro. Senza dimenticare che la stessa Di Nino, in altra indagine ma strettamente legata a quest’ultima, è come detto rinviata a giudizio per violenza e minacce: avrebbe indotto un dipendente dell’azienda a dichiarare il falso. La prima udienza si terrà ad aprile, quando la Di Nino potrebbe già sedere tra i banchi di Palazzo Madama. Ma tra gli imputati non sarà sola: ci sarà ancora una volta papà. Imputato e, da oggi, pure condannato.

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