Diventare insegnanti all’estero. Per molti è una lezione amara. Boom di aspiranti prof. in strane Università straniere. Ma il titolo non vale. Un altro dono della Buona Scuola

di Mirella Molinaro
Cronaca

Oltre al danno la beffa. Dopo le promesse (disattese) del Governo Renzi e le illusioni della Buona Scuola, disperazione e rassegnazione regnano sovrane tra gli aspiranti prof. Così, dopo aver aspettato invano il concorso per docenti non abilitati, in tanti hanno deciso di intraprendere la via dell’estero per poter ottenere, in breve tempo e con meno fatica, un titolo abilitante che consenta di insegnare in Italia. Tutto ciò ha un costo molto elevato: si parla di cifre che vanno da un minimo di 6mila euro fino a sfiorare anche i 12mila. Fin qui tutto bene, con la consapevolezza che si tratta di un investimento economico di non poco conto. Ma dove sta la beffa? Che la maggior parte di questi titoli, conseguiti in strani atenei europei, devono essere riconosciuti dal ministero della Pubblica istruzione italiano con un iter che richiede molto tempo. E non sempre dà l’ok. Infatti, nell’ufficio del Miur che si occupa proprio del riconoscimento dei titoli esteri, negli ultimi mesi stanno arrivando numerose certificazioni false. è qui che il meccanismo si inceppa. Il Ministero è costretto a segnalare questi casi agli Uffici scolastici regionali e alle Procure. Spesso la responsabilità è più di atenei anomali e non dei Centri di formazione, a cui ci si rivolge, che diventano loro stessi vittime del sistema. Un raggiro in piena regola con tanto di atti visibilmente falsi, timbri farlocchi e numeri di protocollo inesistenti. Insomma, c’è chi spende oltre 10mila euro per poter lavorare in tempi brevi e invece si trova al centro di un sistema illecito. Succede a Roma, come a Cosenza o a Palermo. Ovviamente c’è anche chi è riuscito a diventare prof fuori dall’Italia con un iter universitario regolare, seppur abbastanza lungo.

Percorso complicato – Come si intraprende il costoso percorso dell’abilitazione all’estero? Solitamente ci si affida a Centri di formazione o di mediazione dislocati in molte regioni italiane, che è possibile trovare attraverso una ricerca su Google. è poi l’Ente di formazione a indicare il percorso: in meno di un anno si acquisisce il titolo iscrivendosi a un Istituto straniero che condensa in pochi mesi quello che in Italia è una strada più lunga e complessa, ovvero la vecchia Scuola di specializzazione all’insegnamento (Ssis) o il più moderno Tfa (Tirocinio formativo attivo). Due strumenti che permettevano di abilitarsi, ma che sono stati poi annullati con la promessa di un imminente bando che avrebbe racchiuso insieme Tfa e concorso docenti. Per intenderci: con un solo concorso si sarebbe avuta la possibilità contemporaneamente di abilitarsi e diventare insegnante di ruolo. Ma il terremoto politico ha bloccato tutto: concorsi sospesi e soldi buttati. Perché per poter accedere al famigerato Fit, previsto dalla Buona Scuola, è stato necessario superare altri esami spendendo ancora soldi. Allora, in attesa che il nuovo Esecutivo gialloverde metta ordine al convulso mondo della scuola, l’esercito dei precari cerca in tutti i modi di accorciare i tempi con la fuga all’estero. Il che significa, in alcuni casi, anche fare le valigie e trasferirsi per circa un mese in Romania o Bulgaria. Lì si fa tutto rapidamente: lezioni, tirocinio e parte burocratica. Poi si torna in Italia con la speranza di venire convocati subito per poter insegnare. Ma non sempre è così. Capita, infatti, che arrivi la pec del Miur che boccia quella pratica. è successo a chi si è iscritto a strani atenei europei con sede in Italia. In alcuni casi è stato possibile recuperare i soldi, in altri no. Imparando una lezione amara.