Ecco perché non stupisce il boom del M5S. Il Movimento riesce a cogliere gli umori e i bisogni del proprio elettorato e a tradurli in fatti

di Carmine Gazzanni
Editoriale

A qualcuno potrà sembrare strano, altri parleranno di stime farlocche, altri ancora tireranno in ballo chissà quali ragioni pur di non ammettere un dato semplice, chiaro, lampante: nel primo sondaggio 2019 (e dunque realizzato a Manovra approvata) il Movimento Cinque stelle è l’unica forza politica in ascesa. Altro che promesse evase, altro che fumo negli occhi, altro che fronda di dissidenti pronta a far implodere i pentastellati. La politica è una scienza più semplice di quanto si creda: i suoi risultati stanno nei numeri dei votanti e potenziali tali.

Per cui, se una forza si sta muovendo bene, risponde ai desiderata dell’elettorato, annulla quella “nebbia sì fitta” (per dirla con Guicciardini) che troppe volte scinde palazzo e piazza, ottiene il giusto riconoscimento. E i numeri (visibili nella rilevazione che Gpf Inspiring Research ha realizzato in esclusiva per La Notizia) dicono che il Movimento Cinque stelle ha guadagnato, nel giro delle ultime settimane, 1,4 punti percentuali. Da qui la domanda che soprattutto chi oggi critica ad ogni piè sospinto i Cinque stelle dovrebbe farsi: perché? Perché mentre il Movimento tutto viene preso a facile bersaglio ora per le indagini sul papà Luigi Di Maio per una carriola fuori posto ora per inventati pagamenti in nero dell’azienda della famiglia Alessandro Di Battista, i Cinque stelle continuano a crescere? La risposta è davanti agli occhi: piaccia o meno, il Movimento riesce a cogliere gli umori e i bisogni del proprio elettorato e a tradurli in fatti.

Vale per i provvedimenti adottati e vale anche per le espulsioni comminate. Il Movimento sin dalla sua nascita ha portato avanti una battaglia serrata contro la “casta”. Avrebbero dovuto capirlo i partiti tradizionali che, sonnecchianti e collusi, hanno preferito fare spallucce con i portafogli gonfi. E così è stato solo con il Movimento che, esattamente come promesso in campagna elettorale, sono stati tagliati i vitalizi (battaglia tanto cara al ministro Riccardo Fraccaro) e, ora con la Legge di Bilancio appena approvata, anche le pensioni d’oro. Un altro colpo sarà inferto, ancora, come annunciato ieri da Di Maio, agli stipendi dei parlamentari.

Tutto come promesso, dunque. E d’altronde, mentre si continua a parlare di un appiattimento dei Cinque stelle sul rude Salvini, nessuno prende carta e penna e riflette sui provvedimenti adottati in questa legislatura: scoprirà con grande sorpresa che la maggior parte sono targati M5S. Dal decreto dignità e il tetto alle assunzioni a tempo determinato, al già menzionato taglio dei vitalizi, per passare allo spazza-corrotti di Alfonso Bonafede col daspo dalla Pa per chi viene condannato, fino a giungere alle norme inserite in Manovra. Non solo reddito di cittadinanza, ma anche bio-incentivi, fondi per le università e i centri di ricerca, assunzioni nelle scuole, finanziamenti per l’edilizia sanitaria.

Insomma, tutto ciò che – piaccia o non piaccia – ci si aspettava dal Movimento. Stesso dicasi per le espulsioni. Nessuno, par di ricordare, dedicava titoli altisonanti quando nel 2015 Corradino Mineo andava via dal Pd parlando di “processo sommario” contro di lui ad opera della dirigenza targata Matteo Renzi. Non pare di ricordare prime pagine di Repubblica in tal caso. Né si è mai parlato di fronde. Piuttosto di “correnti”, tanto per tutelare uno spirito democratico che è solo di facciata ma che di fatto non esiste più da anni (non può esistere in un partito che cala dall’alto la candidatura di Maria Elena Boschi nel collegio sicuro di Bolzano piuttosto che in quello autoctono ma a rischio di Arezzo…).

Ed ecco allora – tornando alle espulsioni di Gregorio De Falco & co. – che quanto deciso non solo è legittimo, ma in un certo senso anche giusto: bastava sondare il volere dei votanti M5S per comprendere come la maggior parte volesse l’espulsione di chi non era in linea con il Movimento. E i Cinque stelle hanno sempre detto di sentirsi portavoce del volere dei propri elettori. E se gli stessi vogliono quell’espulsione, giusto o sbagliato che sia, è lineare che questo avvenga. Anche con i provvedimenti dei probiviri, dunque, il Movimento tiene conto del volere dei propri “seguaci”. E lo traduce in fatti, azioni, verità. L’errore, pertanto, non è del Movimento che è libero di decidere un’azione politica piuttosto che un’altra. Ma di chi continua a non capirlo. O fa finta di non capire. Per negligenza o, peggio, per convenienza.

Commenti

  1. honhil

    “… magari ci costringe per un attimo a riflettere”, scrive qualcuno da qualche parte riferendosi al discorso del presidente Mattarella. Ed è appunto di una riflessione senza se e senza ma che ha bisogno il Paese. Tuttavia a fare questa riflessione devono essere per primi le Istituzioni e il Parlamento: nel senso che è dall’inquilino del Quirinale a quegli eletti che la riflessione, profonda, deve partire. Altrimenti andrà tutto velocemente a rotoli.
    Un esempio per tutti. Palermo.
    Il sindaco Orlando, infatti, sembra abbia fatto il botto. Nel senso che è scoppiato. Nel senso di fuso. Nel senso di confondere la realtà dei fatti con la narrazione che da tempo porta avanti su se stesso e sulla città di Palermo. E in questo scenario kafkiano, tutti quelli che non sono ai suoi piedi ad applaudire e ad osannare le sue imprese non sono altro che dei ‘provinciali analfabeti’.
    Che dire? Nell’anno 2019 di nostro Signore, mentre a sinistra tutti stanno a puntare il dito contro il fascistoide Salvini e, come d’abitudine, non avendo argomenti per inchiodarlo alle sue responsabilità politiche, non gli resta che ricorrere ai chiodi ideologici, a Palermo ha messo radici profondissime un tiranno a tutto tondo che, fatte le debite considerazioni sull’arco temporale che li separa, non ha niente da invidiare ai tiranni delle poleis siciliane.
    E così, su questa sinistra giostra della vanità, Orlando, può dire che ‘Palermo è una città progressista e che, secondo il sindaco di Parigi, è l’esperienza più progressista d’Europa’. Lasciando ad Anne Hidalgo ed Emmanuel Macron di capire chi tra i due è più responsabile della rivolta degli incazzatissimi gilet gialli, resta adesso soltanto da capire in che cosa consiste l’essenza ‘progressista’ di cui insieme Orlando ammanta se stesso e Palermo.
    Ma non soltanto Palermo. A ruota Milano, Torino, Roma, Napoli e chi più ne ha più ne metta.

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