La Manovra per quanto virtuosa può fare poco. Ora più che mai servono nuove regole europee

di Gaetano Pedullà

Quello della Manovra non è stato un percorso facile e il lavoro più difficile comincerà dal giorno dopo l’approvazione definitiva, che presumibilmente arriverà alla Camera venerdì prossimo. Il parto è stato difficoltoso non perché la formulazione finale – che oggi leggeremo nel maxiemendamento del Governo – sia stata scritta a Bruxelles, ma perché una volta modificati i saldi finali per evitare la procedura d’infrazione europea è stato necessario riscrivere praticamente tutto il documento.

Il risultato finale non è certo quello che Cinque Stelle e Lega avevano in mente nel primo provvedimento, dove la spesa in deficit si attestava sul 2,4% di un Pil stimato all’1,5%, ma al termine di una contrattazione mai tanto ruvida con la Commissione Ue si è ottenuto il 2% di deficit rispetto a un Pil che è stato ridimensionato all’1%. Dunque partiranno le misure bandiera del Reddito di cittadinanza e delle pensioni a quota cento, ottenendo due obiettivi che fanno di questa legge finanziaria qualcosa di oggettivamente diverso rispetto a quanto abbiamo visto negli ultimi anni, in una logica redistributiva delle risorse a favore delle fasce sociali più deboli e di equità verso chi lavora da molti anni e non può andare in pensione, occupando tra l’altro un impiego che così viene negato alle nuove generazioni. Riusciranno queste misure a farci uscire dalla bassa crescita di questi ultimi anni? Aspettiamo i fatti per giudicare.

Di certo l’atteggiamento distruttivo tenuto dalle opposizioni politiche e da gran parte della stampa nazionale non aiuteranno il Paese. La Manovra, inoltre, paga il prezzo dell’accordo imposto dall’Europa, rinviando ad aprile l’avvio del Reddito di cittadinanza e subendo la minaccia di pesantissime clausole di salvaguardia, che rendono già proibitivo far quadrare i conti della prossima Manovra. Ora, siccome ogni giorno ha la sua pena, per il momento pensiamo a portare a casa l’attuale legge di Bilancio, senza la quale tra pochi giorni saremmo costretti a ricorrere a un penalizzante esercizio provvisorio.

Poi però iniziamo a ragionare su cosa possiamo aspettarci davvero per il futuro. Per quanto possa essere virtuoso, il nostro Stato da solo non può venir fuori da una situazione economica tanto debole e portata al limite di tutti i vincoli imposti dalla Comunità europea. Senza poter usare leve nevralgiche, come quella monetaria, delegata alla Banca centrale di Francoforte, anno dopo anno continueremo a stringerci al collo una corda che inesorabilmente prima o poi ci strozzerà. Le regole, ci viene ricordato prima di tutti dai mercati, sono fatte per essere rispettate e dunque le Finanze pubbliche devono essere risanate attingendo da una crescita ininfluente o dalle tasche degli italiani. Ma le regole possono essere anche cambiate, e in situazioni straordinarie è da stupidi non farlo.

Gli Stati Uniti quando iniziarono a saltare le loro banche, nel 2008, stamparono montagne di dollari e salvarono la loro economia che adesso è florida. In Europa un piano equivalente è stato molto più smilzo e comunque è già finito. La Commissione Ue da parte sua ha concesso un po’ di flessibilità sui conti, ma sempre con il contagocce e al prezzo di trattative estenuanti, clausole di salvaguardia e contropartite, come quella scandalosa dell’accoglienza incondizionata dei migranti. Bene, questo rigore deve terminare, facendo posto a una nuova stagione di politiche keinesiane e di espansione economica con il sostegno pubblico, accordando a tutti i Paesi della Ue di investire massicciamente in nuove infrastrutture, ammodernando un continente che sembra rassegnato a diventare vecchio. Senza queste misure la crescita dello zero virgola in più o in meno non cambierà la sostanza delle cose, consegnandoci a una inevitabile decadenza.

Le tradizionali famiglie politiche europee, così compromesse con i mercati e le lobby di potere sono disponibili a un tale sacrificio? Certo che no e per questo l’unica speranza di andare incontro a un domani migliore è riposto non tanto nella Manovra che andiamo ad approvare in questi giorni o in quelle successive, ma nella possibilità di interloquire con una Commissione Ue di ben diversa mentalità, come potrebbe nascere in caso di vittoria alle prossime elezioni europee delle forze cosiddette populiste e sovraniste.

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