Fiumi e laghi avvelenati. Le bonifiche fanno acqua. Nell’anno della qualità delle risorse idriche l’Italia nasconde i dati a Bruxelles

Probabilmente se Petrarca fosse vissuto ai giorni nostri, mai avrebbe scritto “chiare, fresche et dolci acque”. Il 2015, infatti, è l’anno previsto dalla direttiva europea (la 2000/60) per il raggiungimento degli obiettivi di buona qualità delle acque. Una scadenza, però, a cui il nostro Paese arriva, manco a dirlo, assolutamente impreparato. A cominciare dal fatto che, purtroppo, nessuno conosce dati aggiornati. L’ultima documentazione che l’Italia ha fornito a Bruxelles è del 2012. In quel rapporto emergeva che uno stato ecologico superiore al buono era raggiunto solo dal 25% dei corpi idrici superficiali, mentre lo stato chimico buono solo dal 18%. Finita qui? Certo che no. Prendiamo tutti i corpi idrici superficiali italiani: solo il 10% registrava tutti i requisiti per ottenere contemporaneamente un buono stato ecologico e chimico.

DISASTRI DAGLI ANNI ‘50
Insomma, un disastro. Né le cose sono negli anni migliorate. Un dossier pubblicato proprio in questi giorni da Legambiente, infatti, raccoglie vari casi di falde, fiumi e laghi inquinati. E, alcuni, anche da decenni, senza che la situazione sia minimamente migliorata. Uno degli esempi più clamorosi è quello della falda di Cremona che registra un inquinamento addirittura dagli anni ’50. Sessant’anni senza che sia avvenuto nulla. Nel mentre, però, è andato avanti il processo contro i dirigenti della Tamoil, condannati per disastro ambientale a causa, appunto, della contaminazione da idrocarburi della falda acquifera.

DAL NORD AL SUD
Quello di Cremona, però, non è l’unico caso. Anche ad Augusta in Sicilia, infatti, si registra un inquinamento delle acque da idrocarburi. I motivi sono più di uno: dai depuratori solo parzialmente funzionanti, al fatto che nei pressi della falda c’è una discarica dismessa ma non ancora bonificata. Ma risaliamo ancora al Nord. In Veneto, a causa dello scarico di un’industria chimica del vicentino, si registra un inquinamento che riguarda circa 150 km quadrati tra le province di Vicenza, Verona e Padova, per una popolazione stimata di 300mila abitanti. All’interno di questo territorio 30 comuni si sono trovati a dover far fronte all’inquinamento dell’acqua potabile, dotandosi di un sistema di filtrazione dal costo di circa 600mila euro ogni 4 mesi. Una storia simile a quanto capitato anche in Calabria con l’invaso dell’Alaco (che rifornisce le province di Vibo e Catanzaro per 400 mila abitanti). Ci sono due inchieste giudiziarie in corso, con una decina di indagati tra imprenditori e amministratori pubblici. I prelevamenti venivano taroccati: l’acqua era inquinata, ma nessuno lo sapeva. E chi lo sapeva, ovviamente, stava zitto.