Il governo si illude di vendere, pochi asset sono appetibili. La Cassa Depositi acquisterà dallo Stato un mini-pacchetto da 500 milioni. Poca roba rispetto alle aspettative iniziali

di Stefano Sansonetti
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di Stefano Sansonetti

Soltanto pochi mesi fa si parlava di un pacchetto di 350 immobili di Stato del valore di 1,5 miliardi di euro. E’ da questo “selezionato” gruppo che sarebbe dovuta partire l’operazione di cessione del mattone pubblico per fare cassa. Quando poi la situazione è precipitata, con l’esigenza da parte del governo e del ministro dell’economia, Fabrizio Saccomanni, di trovare circa 1,6 miliardi di euro per riportare il rapporto deficit/Pil nell’ambito del “famigerato” 3%, ci si è accorti che non tutto questo pacchetto è immediatamente cedibile sul mercato. Tanto più in una situazione difficile come questa. E così, complice qualche mugugno da parte della Cassa Depositi e Prestiti, chiamata a coprire con soldi pubblici il buco che si è creato nei conti statali, la manovrina approvata due giorni fa dal consiglio dei ministri ha previsto che la stessa Cassa Depositi, controllata dal Tesoro, acquisti dall’Agenzia del demanio immobili del valore di 500 milioni (da rivendere successivamente). Risorse che, unite ad altre, dovrebbero contribuire ad addolcire il rapporto deficit/Pil. Ma è proprio la cifra, considerevolmente più bassa di quelle circolate finora, a dare la misura di quanto sia difficile oggi piazzare sul mercato immobili che siano davvero appetibili.

Il nodo

Del resto, secondo quanto filtra in questi giorni, sarebbe stata proprio la Cassa Depositi, presieduta da Franco Bassanini, a ritenere che all’interno degli immobili dell’Agenzia del demanio non tutti fossero sfruttabili in tempi brevi. E così la Cdp, attraverso la sua sgr, alla fine potrebbe incamerare solo una cinquantina di complessi immobiliari rispetto ai 350 su cui si ragionava non più di qualche settimana fa. Il tutto facendo crollare l’incasso potenziale a 500 milioni. E non è nemmeno detto, perché la Cassa, che pagherà questo corrispettivo allo Stato, potrebbe alla fine ritrovarsi in pancia un mattone che vale meno di questa cifra. Al punto che, secondo indiscrezioni emerse nei giorni scorsi, gli accordi di trasferimento potrebbero prevedere una sorta di “clausola di salvaguardia” per la Cassa, in conseguenza della quale la società potrebbe farsi trasferire altri immobili dall’Agenzia guidata da Stefano Scalera fino al raggiungimento dei 500 milioni di valore. Tecnicismi, che però danno molto bene l’idea di come lo Stato stesso, a cui fanno capo le parti in causa, nutra seri dubbi circa la possibilità di ottenere i risultati sperati con questa operazione.

Il contesto

Tutto questo, peraltro, all’interno di un “ambiente” non certo favorevole alle dismissioni immobiliari, come da ultimo dimostra il fallimento dei pur numerosi tentativi portati avanti da Eur spa, società controllata dal Tesoro e dal comune di Roma, di vendere il superhotel progettato da Massimiliano Fuksas all’interno del nuovo polo congressuale di Roma, ossia la cosiddetta “Nuvola” (vedi articolo nella pagina accanto). E come dimostra anche il fatto che uno dei più grandi gestori immobiliari italiani, Idea Fimit, sta cercando di prorogare la durata di alcuni suoi fondi perché finora vendere “bene” sul mercato i cespiti in gestione si è rivelata un’autentica chimera (vedi su questa vicenda La Notizia del 25 settembre scorso).

La partita di giro

Tra l’altro l’operazione immobiliare con cui Saccomanni punta a recuperare 500 milioni di euro, con il coinvolgimento della Cdp, rappresenta un po’ il solito schema della partita di giro, favorito dal fatto che la Cassa non è compresa nel perimetro del debito pubblico. La società, controllata all’80% dal Tesoro e per la parte restante del capitale da un gruppo di fondazioni bancarie, pagherà i 500 milioni all’Agenzia del demanio con soldi comunque pubblici, in attesa di poter rivendere poi gli immobili in un secondo momento. Un po’ la stessa operazione architettata dal governo Monti, quanto lo Stato cedette alla medesima Cdp le società pubbliche Sace, Finteca e Simest per circa 10 miliardi di euro che vennero destinati alla riduzione del debito pubblico.