Il voto di oggi può cambiare l’Europa. E decidere se rafforzare o no il Governo Conte

di Raffaella Malito
Politica

Se il leder politico M5S, Luigi Di Maio, sceglie Roma – piazza Bocca della Verità – per chiudere la campagna elettorale, il leader della Lega punta sulla provincia: Galliate, Verbania, Vercelli. Il mantra di Matteo Salvini è sempre lo stesso: la Lega è il partito del fare, basta con i no che bloccano il Paese, non rispondo agli insulti, noi pensiamo solo a lavorare. Il guanto di sfida lanciato all’alleato è sui cantieri, la provocazione va dritta al cuore del Tav.

REGIONI AD ALTA VELOCITA’. Il ragionamento del ministro dell’Interno in soldoni è che se la Lega dovesse uscire vincente dal voto del 26 maggio sarà poi il Carroccio a dettare l’agenda dell’esecutivo. E non si farà scrupoli delle riserve che, su alcune proposte, nutre l’alleato. Si parte proprio dal Tav. “Non chiederò mezza poltrona in più ma è chiaro che se gli italiani premiano la Lega i nostri progetti devono viaggiare spediti”. Compresa la Torino-Lione. “Spero che ci sia un forte consenso alla Lega, non solo in Italia, ma anche in Piemonte perché è garanzia che la Tav si farà”, dice.

Ma non è tutto. “Questa mattina una delle prime telefonate che ho ricevuto è stata quella del governatore del Veneto Luca Zaia, arrabbiatissimo perché ieri è arrivato da Roma un ministro Cinque stelle che vuole bloccare la Pedemontana”. E poi c’è l’Autonomia. Sulla questione a parlare per il Carroccio è il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti: la Lega “va avanti”, in quanto “non è una richiesta mia, di Matteo Salvini, o del presidente della regione Attilio Fontana, ce lo ha chiesto il popolo di Lombardia e Veneto, biondi e bruni, destra e sinistra, quindi è una battaglia di democrazia”.

Tav, autonomia, sicurezza bis. Il ministro dell’Interno punta per l’ennesima volta il dito contro la violenza nelle manifestazioni di piazza e se la prende con i centri sociali che da ragazzo ha pur frequentato: “Ogni volta che ci sono di mezzo i centri sociali c’è casino: nel decreto sicurezza bis inaspriamo le pene contro chi scende in piazza mascherato, armato e aggredisce gli operatori delle forze dell’ordine”. Su quel decreto è alta l’attenzione del M5S sui rimpatri. Salvini replica scaricando il problema sul vecchio continente: “Sui rimpatri l’Europa è fondamentale e un’Europa che ci aiuta, solidale nel controllo dei confini e nelle espulsioni è meglio per tutti”.

Poi attacca il Movimento: “Se Di Maio ha nostalgia di Renzi e Gentiloni basta che lo dica. Questo è il primo anno in cui ci sono il doppio delle espulsioni rispetto agli sbarchi e se gli italiani mi daranno forza i porti chiusi li porterò anche in tutta Europa”. I numeri su quanto ha fatto l’Italia in questi mesi in materia di rimpatri dicono il contrario ma questa è un’altra storia. A Di Maio che dice: “Se un partito chiede i voti domenica per aprire la crisi lunedì lo deve dire sabato agli italiani”, Salvini replica così: “Voglio far cadere il governo? Fantasie, io rispondo coi fatti, col lavoro”. Al M5S, che si fa forte per aver accompagnato alla porta il sottosegretario leghista Armando Siri indagato per corruzione, Salvini ribatte tirando in ballo il sindaco di Roma. “Nessuno ha parlato di nuova mafia capitale a Roma quando la Raggi fu indagata. I processi si fanno nei tribunali. Parlare di nuova Tangentopoli per tre inchieste di cui non si conosce ancora niente…”.

AVANTI QUATTRO ANNI. E ritorna a difendere la proposta di abolire il reato di abuso di ufficio: “I corrotti e i delinquenti devono andare in galera ma l’Italia ha bisogno di lavorare: semplifichiamo leggi e burocrazia”. Alla fine, però, conferma che i rapporti tra lui il premier e Di Maio reggono: esiste su whatsapp una chat Conte-Salvini-Di Maio “per dare appuntamenti e scambiare opinioni. Prima ci sentivamo di più ed era meglio. Ultimamente da parte dei Cinque Stelle è più usuale l’insulto”, ma nella chat “in tre siamo e in tre rimaniamo”. Le divergenze con il premier? “Sul Tav” Conte “si era sbilanciato con i Cinque Stelle” ma non è comunque diventato meno imparziale, assicura. Con lui “ho lavorato bene e conto di lavorarci bene ancora per 4 anni. Sono felice di fare il ministro dell’Interno”. Ma è una questione che si chiarirà il 27 maggio.

Sceglie Roma, piazza della Bocca della Verità, il M5S per chiudere la campagna elettorale e lanciare l’ultimo appello a credere che i valori sui quali è nato non sono stati traditi dall’alleanza con la Lega. Unico nostro alleato – dice il capo politico Luigi Di Maio – è il contratto di governo.

BIG SCHIERATI. Sul palco sfilano i big del partito, i ministri Sergio Costa (Ambiente), Riccardo Fraccaro (Rapporti con il Parlamento), Alfonso Bonafede (Giustizia). Chiude Di Maio: all’arrivo la folla intona con lui l’inno d’Italia e il vicepremier, mentre Salvini bacia il rosario, dà un bacio al tricolore. Il leader rivendica con orgoglio il leitmotiv della storia del Movimento: “Se abbiamo commesso un errore in questo governo è di essere stati troppo puri. Dopo aver preso schiaffi abbiamo cominciato a reagire e continueremo a farlo se qualcuno metterà in discussione valori per noi fondanti, che fanno parte del nostro dna, come l’intransigenza nella lotta alla corruzione”. E nella piazza si è riascoltato il grido di “onestà, onestà”. “Non ho mai capito – garantisce Di Maio – perché le elezioni europee dovrebbero cambiare qualcosa. Il M5S ha il 36% del Parlamento italiano, ha la maggioranza assoluta in Consiglio dei ministri e così rimarrà”.

MESSAGGIO ALLA LEGA. Avverte l’alleato: “Se un partito chiede i voti domenica per aprire la crisi lunedì lo deve dire sabato agli italiani”. Sono tante le cose fatte di cui essere fieri: dal reddito di cittadinanza al taglio del numero dei parlamentari. Tante le cose da fare. C’è il salario minimo orario, ci sono le misure per le famiglie e il ceto medio. Ci sono le norme per sottrarre la sanità dalle mani dei partiti, c’è la riduzione del cuneo fiscale. Ma soprattutto c’è la lotta alla corruzione di cui lo spazza-corrotti è stata la prima tappa. In pole position la legge sul conflitto d’interesse e la galera per i grandi evasori.

Non c’è dubbio che la campagna elettorale del M5S sia stata segnata specie nell’ultimo tratto di strada dal recupero della cifra originaria del Movimento. Ovvero dallo spirito della purezza che i 5Stelle hanno sempre posto come discrimine profondo tra loro e gli altri partiti tradizionali, dal Pd a Forza Italia. L’esplosione del caso Siri (il sottosegretario leghista indagato in un’inchiesta in odor di mafia) e le indagini e gli arresti, che hanno travolto dal Nord al Sud del Paese i dem e Forza Italia ma anche la Lega e FdI, hanno riportato i 5Stelle a impugnare la bandiera dell’onestà.

Il capo politico dei pentastellati ha detto a chiare lettere che il 26 maggio “la scelta è tra noi e la nuova Tangentopoli”. E non è un caso che uno degli ultimi post, prima che cali il sipario sulla campagna elettorale, il ministro del Lavoro lo dedichi quasi esclusivamente al tema della corruzione: “Quella di queste settimane è stata una campagna elettorale complessa, condizionata dagli estremismi, dalle inchieste di una nuova Tangentopoli che ha coinvolto chiunque, tranne noi. Una campagna condizionata da chi ci ha riportato l’immagine medievale di una donna chiusa in una stanza a pulire, da chi ha minacciato di far cadere il governo ogni giorno, da chi ha attaccato i magistrati nel goffo tentativo di proiettare all’esterno un nemico immaginario, solo perché incapace di cacciare un proprio uomo indagato per corruzione”.

E in piazza a Roma ha attaccato duramente il Pd che – a suo dire – “non è la sinistra: hanno scambiato la questione morale di Berlinguer con l’omertà. Dicono di essere opposizione ma le dimissioni di Siri le abbiamo chieste noi”. L’affondo nei confronti della Lega include anche l’ultima trovata del leader Matteo Salvini: “Se un ministro dice: aboliamo il reato di abuso d’ufficio e ha il governatore della Lombardia che è indagato per abuso d’ufficio, qui si torna all’epoca delle leggi ad partitum, prima erano ad personam”. Alle provocazioni del Carroccio su Tav e Autonomia Di Maio ribatte senza paura. “Con la ragionevolezza una soluzione si trova” anche sulla Tav, dice, “l’importante è che non mi si chieda cose che non sono nel contratto o di tenere atteggiamenti che non sono nel dna del Movimento”.

Sull’Autonomia, invece, esorta a una riscrittura del progetto. Il leader M5S ha ricordato di avere “sostenuto i referendum di Lombardia e Veneto, ma non ho mai parlato di fare la sanità di serie C nelle altre regioni”. “Nei testi che ho letto finora – ha ribadito – addirittura si parla di insegnanti più pagati in Veneto che nel resto d’Italia”. Flat tax? “Ben venga, se indicano le coperture”. La lotta all’immigrazione? “La priorità sono i rimpatri”. Tornerà la pace nel governo dopo il 26 maggio? “Può tornare – risponde Di Maio – se la Lega assume posizioni più ragionevoli”. Le tensioni, spiega il ministro, sono cominciate con il caso Siri. Ma sulla questione etica il movimento non arretra: “Sono settimane – dice il vicepremier grillino – che Salvini continua a fare la vittima dicendo che lo insulto, mentre sono i suoi a minacciare la crisi di governo ogni giorno. La lotta alla corruzione è un valore non un insulto”. Dopo il voto alle europee, nel governo “per me non cambierà nulla se la Lega accetta di considerare – insiste Di Maio – la lotta alla corruzione una priorità”.

Loading...