La rivolta dei manager. Basta con la politica nelle imprese. Si avvicinano le nomine nelle società partecipate da Stato e Comuni e l’allarme sale

C’è aria di rivolta tra i manager italiani. Una rivolta anomala, non contro qualcuno ma per sostenere qualcosa. Pur sempre di rivolta però si tratta. E a vedere la posta in gioco i motivi ci stanno tutti. L’economia va così lenta da far sembrare un treno in corsa persino la statica Europa. Se non si reagisce è chiaro che prima o poi qualcuno staccherà l’Italia, ultimo e pesantissimo vagone, dalla locomotiva Ue. Un quadro difficile, che per le strane combinazioni della politica oggi offre due occasioni inaspettate e che difficilmente potranno riverificarsi insieme. Seppure il nuovo Governo ha un orizzonte non lunghissimo, non fosse altro che per la fine naturale della legislatura fissata a inizio del 2018, oggi infatti a Palazzo Chigi c’è un premier che conosce come pochi la ricetta per far percepire la ripresa nel Paese: meno politica e più managerialità vera nel grande reticolo delle imprese a partecipazione pubblica. Soprattutto ora che si avvicina il ricambio di quasi duemila tra amministratori e sindaci di centinaia di aziende partecipate da Stato ed Enti locali – ed è qui la prima occasione – i grandi centri decisori, a partire dall’Esecutivo, possono marcare una differenza sostanziale con una costosa abitudine italiana: affidare il timone di queste società a ex politici o amministratori utili alle clientele piuttosto che a veri manager, gli unici capaci di farle funzionare. O in molti casi salvarle da un inevitabile disastro.

Palazzo Chigi disponibile – Il premier Paolo Gentiloni – ed è qui la seconda occasione – ha lavorato a lungo con il sistema dei manager italiani e ne conosce le potenzialità, così come sa altrettanto bene che la stagione delle aziende pubbliche utilizzate come fabbriche di poltrone e stipendifci ormai non è più sostenibile. Perdere o rinunciare a potenziare adeguatamente queste aziende, che sono l’ossatura del nostro tessuto imprenditoriale, significa esporre tutto il sistema Italia a mercati troppo volatili per garantire la sopravvivenza dell’intera economia nazionale. Di qui una ripresa di iniziativa estremamente vigorosa, che anticipa la strategia di inizio 2017. A fare il punto con La Notizia è il presidente di Federmanager, la storica associazione della dirigenza d’impresa, Stefano Cuzzilla. “Non scambiamo il valore della solidità delle istituzioni – spiega – con il tema politico della continuità di governo. Ci sono risposte sul piano economico e sociale che dobbiamo dare e ci sono capitoli in Europa su cui dobbiamo far valere le nostre ragioni. Abbiamo bisogno che il premier Gentiloni sia messo nelle condizioni di lavorare. Per gli obiettivi che abbiamo, per le urgenze che abbiamo, confidiamo nella sua capacità e daremo il supporto che sarà necessario. Non ci possiamo permettere uno stallo istituzionale. Credo che questo lo sappiano tutti gli italiani, a prescindere dalla manifestazione del voto sul referendum”.

Serve più coraggio – Accanto al funzionamento delle istituzioni c’è però la necessità di scelte coraggiose. Ancora più radicali rispetto a quelle degli ultimi tempi. Le grandi imprese a partecipazione pubblica hanno bisogno di un’ulteriore iniezione di managerialità, a partire dai Cda dove le nomine non hanno sempre criteri pertinenti. Per non parlare poi del bubbone delle aziende municipali, tutt’ora governate da eserciti di ex politici in disarmo, accontentati con una poltrona pubblica. Il sistema è lo stesso da sempre, ma oggi che siamo arrivati davvero all’osso dei bilanci pubblici, questi sprechi non sono più tollerabili. I manager italiani porranno perciò la questione con una forza mai vista. Coscienti che nel Governo ci sono interlocutori avvertiti, ma anche che certe incrostazioni della politica non sono facili da rimuovere. Parallelamente si continuerà a seminare quella cultura di buona dirigenza che serve come il pane all’Italia. Federmanager – dice ancora Cuzzilla – è convinta che vada costruita una squadra di contaminatori digitali, utilizzando manager formati e orientati alla digital transformation. Apprezziamo il Piano Calenda e la serie di interventi in Legge di Bilancio che ne hanno definito l’attuazione. Tuttavia, investire nelle sole macchine (le strutture abilitanti) non basterà. Bisogna investire nelle persone, nelle competenze, nei “manager 4.0” che sono gli unici che posso traghettare con rapidità le nostre imprese, che hanno dimensioni piccole o micro, verso la trasformazione imposta dal mercato globale”.

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