Lo scandalo Palamara figlio di due leggi dei Governi targati Pd. Renzi aveva pre-pensionato i giudici. E Gentiloni tolto le incompatibilità

di Fausto Tranquilli
Politica

La miccia con cui è stato dato fuoco alle polveri che stanno facendo esplodere il Consiglio superiore della magistratura è rappresentata dalla volontà di Luca Palamara di ottenere la nomina a procuratore aggiunto a Roma. La polveriera ha però preso forma grazie a due leggi, varate dal Governo di Matteo Renzi e da quello di Paolo Gentiloni nella scorsa legislatura. Vicende che attualmente coinvolgono l’ex ministro renziano Luca Lotti e l’ex sottosegretario dem alla giustizia Cosimo Ferri, particolarmente interessati a quanto pare ai nuovi capi da nominare per gli uffici giudiziari di Roma e Firenze, dunque a quello che vede lo stesso Lotti imputato nel processo Consip e a quello che si occupa degli affari di papà e mamma Renzi. Ma mai si sarebbe arrivati a tanto se appunto non fossero cambiate le norme e non fossero spuntate le solite manine.

IL PRIMO COLPO. Come denunciato nei giorni scorsi dall’eurodeputato dem Franco Roberti, una volta abbattutasi la bufera su Palazzo dei Marescialli, la battaglia sugli uffici direttivi e a cascata semidirettivi delle Procure si è aperta grazie a una norma varata dall’esecutivo del “Rottamatore” cinque anni fa, con cui l’età pensionabile dei magistrati è stata abbassata da 75 a 70 anni. Si sono liberati di colpo dei posti chiave nelle Procure e la guerra ha avuto inizio. Una scelta sul fronte legislativo che, secondo Roberti, ex procuratore nazionale antimafia, sarebbe stata fatta con lo scopo preciso di poter inserire dei magistrati amici. Una intollerabile commistione tra il potere esecutivo e quello giudiziario, su cui poi si svilupperanno i rapporti opachi che da giorni riempiono le cronache attorno al cosiddetto caso Palamara.

DISASTRO ANNUNCIATO. A pesare e tanto è però soprattutto l’abolizione del divieto per i magistrati del Csm, una volta cessati dall’incarico, di poter ottenere subito la guida di un ufficio direttivo o semidirettivo anziché tornare nell’ufficio che occupavano prima di essere eletti a Palazzo dei Marescialli. Lo stesso Palamara, infatti, senza tali modifiche normative, avrebbe terminato il suo mandato presso il Consiglio superiore della magistratura nel settembre scorso e sarebbe rimasto fuori dai giochi per la Procura di Roma. Il divieto era inserito nella riforma del sistema elettorale del Csm approvata nel 2012 con il governo Berlusconi. Nel 2014, con la riforma Madia e dunque con il Governo Renzi, lo stop all’assunzione di incarichi direttivi o semidirettivi era stato portato da due anni a un anno. Particolare che avrebbe comunque lasciato in panchina Palamara.

Una scelta per cui si parlò subito di una manina. A mettere l’ex presidente dell’Anm nella posizione di avviare una lotta senza quartiere per agguantare un posto di aggiunto è stato poi un emendamento approvato, nell’ambito della legge di Bilancio, il 27 dicembre 2017 con il Governo Gentiloni. Abolito qualsiasi divieto e via alle porte girevoli. Ok all’immediato passaggio dal Csm a uffici giudiziari di prestigio. Un emendamento presentato da Paolo Tancredi, deputato abruzzese di Alternativa Popolare, il movimento di Angelino Alfano, che candidamente ammise di essere stato sollecitato da alcuni giudici. I risultati sono quelli resi noti dal trojan nel cellulare di Palamara. E ironia della sorte contro quell’emendamento erano insorte sia le correnti che l’Anm, con una posizione tiepida solo da parte di MI.

Loading...