Lo spread torna ad alzare la voce. Di Maio sta sereno, i mercati meno

dalla Redazione
Politica

Da una parte il sottosegretario (leghista) alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Convinto che “a fine agosto”, quando peraltro sono attese le pagelle sul debito pubblico da parte delle grandi Agenzie di rating, “i fondi speculativi ci aggrediranno”. E al Governo giallo-verde “può accadere quello che è successo a Berlusconi sette anni fa”. Dall’altra il vice premier e capo politico dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, che invece predica ottimismo. “Io non vedo il rischio concreto che questo Governo sia attaccato, è più una speranza delle opposizioni – assicura dalle colonne del Corriere della Sera -. E se qualcuno vuole usare i mercati contro il Governo, sappia che non siamo ricattabili”. Anche perché, avverte, “non è l’estate del 2011 e a Palazzo Chigi non c’è Berlusconi, che rinunciò per le sue aziende”.

Segnali chari – Di certo, le avvisaglie di un attacco speculativo nei confronti dell’Italia ci sono tutte. Oggi, per dire, lo spread (il differenziale di rendimento tra i titoli di debito pubblico italiani e tedeschi)  marciava spedito intorno, nel corso della giornata, a quota 275 punti, prima di chiudere a 278,8 a fine seduta (il massimo dopo i 300 raggiunti nel maggio scorso nel pieno della crisi di Governo). E anche la Borsa di Milano non se l’è passata affato bene. Lasciando sul campo lo 0,58% (nell’arco della giornata la flassione ha toccato anche l’uno per cento) sulla scia del crollo della lira turca. A pesare sono stati, ancora una volta, soprattutto i titoli bancari. A cominciare Mps (meno 3,8%, nuovo minimo a 2,22 euro) e Ubi (2,9%). Ma anche Mediobanca (-1,97%), Banco Bpm (-3%) e Unicredit (-2,6%), proprietaria in Turchia dell’istituto Yapi Kredi, non sono andate meglio. Solo Carige, in controtendenza, ha guadagnato il 2,2%. Ma non è tutto. Che i grandi attori dei mercati finanziari abbiano iniziato a preparare la grande offensiva di fine estate nei confronti dell’Italia è un fatto. Documentato, nelle scorse settimane proprio da La Notizia, che ha dato conto dell’ultima iniziativa di Citigroup, una delle principali banche d’affari americane.

Caso Citigroup – Di cosa si tratta? Di un “dossierino” sulla situazione politica italiana diffuso tra i suoi clienti-investitori. Con un passaggio finale, talmente roboante da non poter  essere passato inosservato, nel quale si sostiene, nero su bianco, che “è difficile trovare ragioni convincenti per conservare un eccessivo portafoglio di titoli italiani in questa bollente stagione estiva”. Senza troppi giri di parole, gli investitori-clienti della banca sono stati invitati ad alleggerire la loro posizione. Ma la rilevanza dell’analisi sta proprio nel suo autore. Ossia Citigroup, ovvero una delle 18 banche che oggi rientrano nell’elenco dei cosiddetti specialisti in titoli di Stato. Di quegli istituti, cioè, ai quali di fatto l’Italia ha “appaltato” la gestione del proprio debito pubblico affidandosi ad essi  per organizzare le aste dei nostri Btp e Bot, dietro lauti onorari. Dipende da loro, in sostanza, il successo di un’emissione obbligazionaria statale.

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