Magnati esteri e italiche illusioni. Dall’ex polo della Lucchini all’Ilva, quanti errori sulla siderurgia. Il flop più grande gli investitori algerini spinti da Renzi

di Stefano Sansonetti
Primo piano

A Piombino i magnati non vanno molto di moda. A parte il nome, che oltre alla ricchezza evoca i più sinistri “magna magna” della storia repubblicana, ci sono le ultime vicende a parlare chiaro. Quando nel 2003 lo stabilimento siderurgico, all’epoca di proprietà del gruppo Lucchini, andò incontro alla prima grande crisi finanziaria dei tempi recenti, nella città toscana cominciò ad essere evocato il concetto di “magnate”. Si trattava di Alexey Mordashov, proprietario della Severstal, che due anni dopo rilevò definitivamente l’acciaieria. Per il sito, forte di una storia cominciata nientemeno che nel 1864, il miraggio dei rubli sembrò le fine di un incubo. Una pia illusione. Nel 2011, infatti, Piombino era già risprofondata in una situazione di crisi, culminata nel 2013 con la dichiarazione di insolvenza da parte del Tribunale di Livorno. A qual punto, e arriviamo praticamente ai giorni nostri, alla guida del Paese viene a trovarsi Matteo Renzi.

L’abbaglio – Il quale, canalizzando alcune trattative già iniziate prima del suo arrivo a Palazzo Chigi, favorisce l’apertura delle porte dello stabilimento siderurgico a un altro magnate estero, il secondo di questa storia infinita. Si tratta di Issab Rebrab, numero uno del gruppo algerino Cevital, presentato da Renzi & Co. come una sorta di cavaliere bianco in grado di risollevare le sorti del complicato sito. In quel momento anche l’Ilva, la più grossa acciaieria di Europa, cade in stato comatoso. Ma l’ex rottamatore è convinto di potersi appuntare sulla giacchetta il salvataggio di entrambi gli stabilimenti. Sappiamo bene come è finita. L’Ilva deve ancora essere acquistata dagli indiani di Arcelor Mittal, dopo una procedura che ha smentito ogni previsione governativa. Piombino, invece, è ancora nelle mani degli algerini, che però non sanno più cosa farsene. Al punto che, dopo mesi di serrati confronti, adesso sarebbero in procinto di cederla al terzo magnate estero della storia, ossia Sajjan Jindal. Si tratta del proprietario di un altro colosso siderurgico indiano, Jsw (Jindal South West), che in precedenza aveva anche tentato di infilarsi nella partita dell’Ilva. Adesso al ministero dello Sviluppo economico, guidato da Carlo Calenda (in attesa che si insedino un nuovo Governo e un nuovo ministro), sono convinti che fra 15 giorni il passaggio di Piombino agli indiani sarà cosa fatta. Ma l’atmosfera, nello stabilimento che conta più di 2 mila dipendenti (che con l’indotto raddoppiano), non è delle migliori. E si capisce, viste la sfortunate esperienze lasciate in eredità dagli altri magnati.

Il nodo – Certo, in questa storia, come sempre, a latitare è stato anche un disegno di politica industriale da parte dei vari Governi, che magari provasse a tenere unite, o almeno coordinate, le storie dell’Ilva di Taranto e dello stabilimento di Piombino. Con la conseguenza che molti dei protagonisti in gioco, si pensi alle famiglie Arvedi e Marcegaglia, sono andate in ordine sparso. Marcegaglia, che era grosso cliente di Piombino, ha deciso di defilarsi dalla Toscana per puntare tutto sull’Ilva. Salvo poi rendersi conto che l’Ue chiedeva la sua uscita dal consorzio con Arcelor Mittal per problemi di antitrust legati a quest’ultimo gruppo. Arvedi, dal canto suo, ha pensato di allearsi con Cassa Depositi e Leonardo Del Vecchio nella cordata che ha tentato di apporsi ad Arcelor Mittal nell’acquisto dell’Ilva. Scelta alla fine perdente, forse un po’ per tutti. E così la triste realtà è che oggi Ilva e Piombino non sono ancora uscite dal pantano. E già è cristallino il fatto che il prossimo magnate, per far funzionare il tutto, chiederà in primis il taglio di migliaia di posti. Ragion per cui, in entrambi i casi, i sindacati sono ancora sul piede di guerra.

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