Marchionne, il manager dei due mondi. Dall’infanzia in Abruzzo agli studi in Canada. Prima il risanamento del colosso elvetico Sgs, poi la chiamata a Torino degli Agnelli per risanare la Fiat

dalla Redazione
Cronaca

E’ morto a Zurigo Sergio Marchionne. Aveva 66 anni. Era ricoverato da fine giugno all’UniversitatsSpital. Il manager dei Due Mondi. Resterà questa la cifra fondamentale della vita e del profilo professionale di Sergio Marchionne morto oggi nella clinica universitaria di Zurigo dov’era ricoverato dall’inizio di luglio per un tumore ai polmoni.

Tutto il suo profilo di vita  e di grande manager ha avuto come collocazione le due sponde dell’Atlantico. Italia e Canada. Italia e Stati Uniti. Nato a Chieti il 17 giugno  1952, era  figlio di un maresciallo dei Carabinieri: un’appartenenza di cui era orgoglioso come testimoniato  nella sua ultima uscita pubblica, lo scorso 26  giugno  per consegnare  la nuova Jeep all’Arma. La madre era istriana. Dopo l’adolescenza in Abruzzo si trasferisce  in Ontario. La morte del padre spinge la mamma trasferirsi in casa di una sorella che commercia frutta e verdura.
Studi in Canada. Laurea in filosofia all’Università di Toronto e poi  laurea in legge alla Osgoode Hall Law School of York University. Master in Business Administration all’ University of Windsor. Inizia a lavorare come  procuratore legale. Nel 1983 entra nel colosso della consulenza  Deloitte Touche come avvocato commercialista ed esperto di fisco. E’ il primo passo di una carriera che nel 2000 lo porta in Svizzera come amministratore delegato di Lonza Group che si occupa di farmaceutica e biotecnologia.

A portarlo sotto i riflettori è risanamento di Sgs, colosso elvetico della certificazione, di cui divenne amministratore delegato nel 2002. I risultati di Sgs,  risanata in appena due anni rivoluzionando il sistema delle garanzie  lo portarono all’attenzione del Lingotto che dell’azienda era azionista. A chiamarlo a Torino è Umberto Agnelli sul letto di morte. E’ certamente il momento più oscuro del gruppo. Con la salma di Umberto ancora calda l’amministratore delegato Giuseppe Morchio entra in rotta di collisione con la famiglia che teme di perdere il controllo di Fiat. Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, figure di primo piano dell’universo torinese, insieme a Susanna Agnelli disegnano il futuro: l’1 giugno 2004 Marchionne, che è già da un anno è  in consiglio d’amministrazione, viene nominato amministratore delegato. Presidente è Luca di Montezemolo e vice presidente John Elkann appena ventenne. Le casse del gruppo sono esauste e, come gli accadrà altre volte, Marchionne trova negli Usa la sponda di cui ha bisogno per ripartire. Rompe con General Motors che paga 2 miliardi di dollari per scogliere il contratto che le impone l’acquisto di Fiat Auto. Un miracolo contrattuale reso possibile dall’abilità con cui  Paolo Fresco quando, nel 2000 era stato presidente Fiat, aveva scritto ‘master plan’ con gli americani. Il bonifico arrivato da Detroit rappresenta il carburante per ricominciare. In Gm, però, non lo dimenticheranno. Mary Barra, nominata presidente del colosso Usa, si rifiuta di  vendere Opel a Marchionne e, con l’appoggio del governo tedesco,  favorisce i francesi di Psa. Per mesi Mary Barra  si rifiuterà anche di rispondere alle telefonate di Marchionne che la cercava per un altro accordo.  Nel 2009 Marchionne compie il suo miracolo manageriale: in  un’America piegata dalla crisi finanziaria Fiat ottiene da Obama il 20% di Chrysler, il più piccolo dei tre costruttori d’auto in Usa. L’azienda dopo la fallimentare alleanza con Daimler, era al collasso. A convincere Washington, oltre alla credibilità guadagnata da Marchionne come grande risanatore, sono  l’esperienza e le garanzie offerte da Fiat  su nuove formule di mobilità ‘verde’. Il Fondo pensioni dei lavoratori Chrysler si schiera con gli italiani e i cospicui guadagni ottenuti successivamente vendendo le azioni del gruppo ricompenseranno la fiducia. Fu il primo passo di un percorso che – attraverso l’acquisto delle  rimanenti quote – porterà nel 2014 i torinesi al controllo del 100% di Chrysler. Nasce Fca (Fiat Chrysler Automobiles) che  consacra Marchionne come uno  dei grandi protagonisti dell’automobilismo mondiale sulle due sponde dell’Atlantico. Nessun’altro manager, prima di lui, era riuscito a risanare ben due colossi dell’auto. In entrambi i casi raccogliendoli a un passo dal baratro.  E da Detroit lancia un piano ambizioso di cui i frutti sono attesi alla fine di quest’anno. Una scalata, quella a Chrysler, condotta nel bel mezzo della crisi europea, gli attacchi politici in Italia e le diffidenze degli analisti. Ma Marchionne tira dritto fino a rompere con Confindustria di cui il gruppo torinese, fino a quel momento, era stato uno dei punti di riferimento.

Non risparmia nemmeno i sindacati. Contesta il rito del contratto unico nazionale a favore degli accordi in fabbrica. Cisl e Uil accettano la sfida. La Fiom sceglie la strada del contrasto nelle aule giudiziarie. La vertenza si concluderà con una sconfitta del sindacato. Marchionne, invece,  guadagna la copertina di ‘Time’, che lo chiama lo Steve Jobs dell’auto, e il plauso del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che lo trasforma in icona della ripresa dell’auto a stelle e strisce. E ultimamente è stato definito il  manager   ‘preferito’ anche  dal nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, per i suoi investimenti in Usa. Un cammino scandito da grandi operazioni (alcune delle quali ancora in via di realizzazione), a iniziare dal rilancio di Jeep, divenuta ormai il  gioiello della corona di Fca, passando per la rinascita di Maserati e la scommessa su una Alfa Romeo ‘premium’, marchio ripetutamente  negato a Ferdinand Piech, azionista e per un certo periodo anche presidente del gruppo Volkswagen. C’era anche il prezzo: un miliardo. In mezzo però, anche la delocalizzazione di numerose produzioni, e chiusura  di Termini Imerese. L’ultimo piano  industriale – presentato il primo giugno – confermava  quanto già annunciato da tempo, ovvero il declino del marchio Fiat,  cui sarebbe stato preferito sui principali mercati quello della  famiglia 500, e l’uscita di scena di Lancia. Stesso destino negli Usa con Chrysler per puntare tutto su Jeep e Ram. Non a caso il suo successore Mike Manley è stato per molto tempo il responsabile dei due marchi.

Per il futuro Marchionne – dopo aver inseguito inutilmente altre  alleanze, convinto che solo grandi gruppi avranno  risorse sufficienti per sostenere i costi della rivoluzione tecnologica – aveva già delineato  altre priorità. Innanzitutto l’abbandono progressivo del diesel per  sposare nuove forme di mobilità verde. Innanzitutto elettrico e ibrido dove il gruppo accusa ancora un ritardo piuttosto consistente.  Un processo di trasformazione che – in base ai  piani annunciati al mercato – il manager avrebbe seguito come consigliere  Exor, visto che la famiglia Agnelli-Elkann non aveva nessuna  intenzione di privarsi  dell’uomo che aveva salvato il gruppo. Di certo Marchionne, per anni accanito fumatore – aveva smesso di recente -, non è stata una figura usuale. Ironico, forte e diretto, il suo dress-code non passava  inosservato. In ciascuna delle sue case negli Stati Uniti, in Svizzera e a Torino teneva  oltre 30  maglioncini blu tutti uguali con il tricolore nella manica. Li indossava in ogni occasione al posto della giacca e la cravatta. Si ricordano tre eccezioni. Quando si presentava alla stampa, quando andava in Senato, dove giacca e  cravatta sono obbligatorie, e alla  presentazione dell’ultimo piano industriale a Balocco. Aveva messo una cravatta Ermenegildo Zegna  per celebrare il target di “zero debito”. Si ricorda  una parentesi, nel 2012, con la barba.
Ma di molti altri episodi  sono stati pieni gli anni passati da Marchionne a Torino. Molti i protagonisti della vita politica ed economica che hanno sperimentato la rudezza di un uomo che  non tollerava ostacoli: a iniziare da Luca Cordero di Montezemolo, diversissimo per storia e stile, uscito di scena dalla Ferrari  nel 2014 alla vigilia dello sbarco a Wall Street. Ma soprattutto al termine di una stagione agonistica estremamente deludente.

Nonostante i riflettori, il manager italo- canadese è riuscito a mantenere uno stretto riserbo sulla vita privata. C’è riuscito anche in queste ultime ore impedendo, se non alla fine, la circolazione delle notizie sulla sua salute. Complice anche la scelta di mantenere la residenza in Svizzera nel cantone di Zugo, dove abitano anche la  moglie Orlandina, italiana con origini canadesi, e i due figli  Alessio Giacomo (che ha compiuto i suoi studi in Canada) e Jonathan  Tyler. Dopo la fine del matrimonio Marchionne aveva  iniziato, nella più totale discrezione, una nuova relazione con Manuela Battezzato, conosciuta in azienda dove si occupava di comunicazione. Molti gli aneddoti sul suo dinamismo. A cominciare dall’attenzione a muoversi con il jet privato da una parte all’altra dell’Atlantico a seconda delle  giornate festive o lavorative. Medesima dedizione richiesta ai suoi collaboratori, seconda solo a quella che si era  imposto per portare avanti il proprio compito. D’altronde, proprio nell’ultima uscita pubblica Marchionne aveva spiegato come nei Carabinieri si rispecchiavano ‘i valori con cui sono cresciuto e che  sono stati alla base della mia educazione: la serietà, l’onestà, il  senso del dovere, la disciplina, lo spirito di servizio’.
Pochi gli hobby (le Ferrari, che acquistava di tasca propria, e la musica lirica). Poi il maglioncino blu. Un simbolo  destinato a segnare un’epoca come l’orologio  sopra il polsino di Gianni Agnelli. (ITALPRESS)

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