Memorandum Italia-Libia, c’è accordo tra il Governo italiano e Tripoli. L’intesa va migliorata. Lamorgese: “Calo marcato di partenze e vittime, ma l’attenzione resti alta”

di Alessandro Righi
Politica
LUCIANA LAMORGESE

Qualcosa si muove. Perché la Libia è disponibile a rivedere il memorandum sottoscritto con l’Italia nel 2017 sulla gestione dei flussi migratori. A cominciare dal miglioramento delle condizioni di vita nei centri di detenzione. Con l’obiettivo della loro graduale chiusura e sostituzione con nuovi centri gestiti dalle agenzie delle Nazioni Unite. Parola del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, che ha tenuto un’informativa sul tema alla Camera. Ricordando, peraltro, la “fase molto delicata” della crisi migratoria attraversata dall’Italia quando il documento venne sottoscritto. “Oggi c’è stata una forte diminuzione (dei flussi, ndr), pari al 97 per cento. Sono calate anche le morti in mare e sono convinta che il memorandum abbia contribuito a questi dati”, ha aggiunto la titolare del Viminale. Sottolineando anche come, in virtù di quell’intesa, il personale delle Nazioni Unite sia rientrato in Libia.

“Un risultato tutt’altro che scontato”, con l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) che assiste i migranti al momento dello sbarco, che effettua visite nei centri di detenzione, in particolare a Tripoli, e che ha finora permesso il rimpatrio di 859 richiedenti asilo, 808 dei quali provenienti dalla Libia. “Il primo intervento possibile – ha aggiunto la Lamorgese – è il miglioramento delle condizioni dei centri in vista della loro graduale chiusura, favorendo un intervento per la trasformazione delle strutture, per giungere a centri gestiti dalle agenzie dell’Onu”. Ma non è tutto.

Secondo il prefetto, infatti, saranno necessarie anche “iniziative bilaterali volte a chiedere l’apertura di corridoi umanitari”, con l’Italia che potrebbe recitare la parte “di attore protagonista” con il coinvolgimento di altri Stati membri dell’Unione europea. Proprio all’Europa, infatti, spetterebbero “regia e finanziamento”. Si tratta, “di una delle iniziative più significative per la risoluzione della crisi migratoria”, ha assicurato il ministro. E non finisce qui. Il terzo intervento riguarda le azioni da intraprendere a sud della Libia, con un progetto di rafforzamento della sorveglianza dei confini meridionali del Paese. “Infine – ha concluso l’inquilina del Viminale – punteremo al sostegno delle municipalità libiche per assicurare la diffusione di materiale medico e scolastico”.

Ma cosa prevede il memorandum firmato nel febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio dei ministri Paolo Gentiloni e dal primo ministro del governo di riconciliazione nazionale libico al-Serraj? L’accordo, che ufficialmente disciplina la cooperazione nel campo dello sviluppo, il contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani e al contrabbando” e “il rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana”, fu raggiunto nell’ambito della crisi europea dei migranti, quando a sbarcare sulle coste italiane erano decine di migliaia di uomini, donne e bambini.

Gli aiuti economici e il supporto formativo, addestrativo, tecnologico e di mezzi garantiti dall’Italia alla Guardia costiera di Tripoli, numeri alla mano, hanno sicuramente aiutato a ridurre drasticamente le partenze dal Paese nordafricano (-97,2% negli ultimi due anni) ma la Libia non è riuscita a migliorare, come promesso, le condizioni di vita dei migranti ammassati nei Centri di accoglienza. Centri ai quali l’Onu e le organizzazioni umanitarie hanno accesso, ma solo in modo molto limitato. Senza contare l’ulteriore criticità del ruolo della Guardia costiera libica, che secondo diverse fonti sarebbe formata almeno in parte da milizie locali colluse con i trafficanti.

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