Minzolini vuole dimettersi, ma un voto segreto lo salverà. Il caso di Vacciano: da tre anni tenta di lasciare il Senato

di Paola Alagia
Politica

Si fa presto a dire dimissioni. A maggior ragione dalla carica di senatore della Repubblica. L’iter, si sa, è lungo. Senza contare, inoltre, che legislatura è agli sgoccioli. Tutti elementi che ha ben presenti Augusto Minzolini. L’ex direttore del Tg1 comunque è stato di parola. Aveva preannunciato che ne avrebbe fatto richiesta e ieri ha vergato la lettera, presentandola alla Presidenza del Senato. Una missiva che arriva a dodici giorni di distanza dal voto di Palazzo Madama.

Il 16 marzo scorso, infatti, la sua decadenza era stata respinta a furore d’Aula (con 137 voti favorevoli, 90 contrari e 20 astenuti,  il Senato ha ribaltato il parere della Giunta per le autorizzazioni che sei mesi prima aveva revocato il mandato al senatore azzurro ai sensi della legge Severino) e nello stesso giorno Minzolini aveva assicurato che vinta la sua battaglia si sarebbe dimesso.

Un iter lungo – Facile a dirsi, difficile a farsi. Ne sa qualcosa Giuseppe Vacciano, il senatore del Gruppo Misto che era stato eletto con i Cinque Stelle. Da tre anni prova invano a lasciare lo scranno di parlamentare. La sua prima richiesta di dimissioni risale al 22 dicembre del 2014. Da allora e fino a oggi ha presentato ben 5 lettere alla Presidenza del Senato. Le prime quattro sono state discusse e respinte in Aula. L’ultima l’ha presentata il 26 gennaio scorso, “ma ancora – ha detto a La Notizia – non è stata calendarizzata”. Proprio la calendarizzazione, infatti, ha i suoi tempi, come dimostra appunto il caso Vacciano: “Ad ogni richiesta sono seguiti in media quattro o cinque solleciti prima di poter vedere arrivare in Aula le mie dimissioni”. E, in effetti, calendario alla mano, per esempio tra la presentazione della sua seconda richiesta di dimissioni (febbraio 2015) e il voto del Senato (settembre 2015) sono passati sette mesi. Addirittura dieci (da settembre del 2015 a luglio del 2016) la terza volta. Fatte salve alcune eccezioni, tipo il caso dell’ex ministro Massimo Bray che rassegnò le dimissioni dal Parlamento il 17 marzo del 2015 o dell’ex premier Enrico Letta che in meno di un mese  e mezzo, tra giugno e luglio del 2015,  riuscì a svestire la carica di deputato, dunque, per Minzolini la trafila potrebbe essere la stessa.

“Ma qui finiscono pure i parallelismi tra il mio caso e quello del senatore di Forza Italia, sulla cui testa pende una legge dello Stato che è la Severino, smentita e depotenziata dal Senato proprio in occasione del voto sulla sua decadenza”, ha subito messo in chiaro Vacciano. Non senza tornare a spiegare le ragioni politiche che lo hanno spinto a presentare le dimissioni: “Premesso che Minzolini  dovrà spiegarci le sue ragioni politiche, nel mio caso ribadisco di non aver subito nessuna pressione da parte del gruppo cui appartenevo. Per me era e rimane giusto restituire il seggio a un rappresentante della forza con cui ero stato eletto e cioè il M5s. Ma questo mi è stato impedito”.

La scialuppa – Una cosa è certa: alcune forze di opposizione, Movimento Cinque Stelle in testa, chiedono una rapida calendarizzazione delle dimissioni dell’ex direttore del Tg1. E, dal canto suo, Minzolini stesso già ieri ha spiegato di voler tornare presto al suo precedente lavoro, quello del giornalista. Insomma, il  caso potrebbe anche risolversi velocemente. Senza contare che a Palazzo c’è chi adombra pure un “accordo tra gentiluomini”: “Non disonorare il senatore di Forza Italia votando la sua decadenza in cambio, però, della sua promessa di dimissioni”. “È un’ipotesi – ha commentato Vacciano – A quel punto, al netto della distanza siderale col mio caso, in me maturebbe la consapevolezza che le motivazioni politiche per alcuni valgono e per altri no”. Sebbene per l’esponente del Misto ci sia un altro elemento da non sottovalutare: “Sulle dimissioni c’è il voto segreto. Difficile, quindi, mandare a casa Minzolini. Anche per non incorrere nel paradosso di un senatore che adesso va via perché lo chiede lui e non è stato ‘licenziato’ quando lo chiedeva la legge. Sarebbe – ha concluso Vacciano – davvero una pezza peggio del buco”.

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