Non poteva non sapere. La difesa di Salvini non sta in piedi. Il leader della Lega riferisca in Aula sul Russiagate

di Raffaella Malito e Davide M. Ruffolo
Politica

Nonostante il protagonismo sulla manovra, con tanto di vertici convocati irritualmente al Viminale, il leader della Lega sul caso Savoini appare sempre più isolato. Il pressing perché vada a riferire in Aula al momento incontra un muro di gomma. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha alcuna intenzione di andare in Parlamento per rispondere a domande su Gianluca Savoini, il leghista presidente dell’associazione Lombardia-Russia, indagato per corruzione internazionale nell’inchiesta su presunti fondi russi alla Lega.

IN PRESSING. “Non abbiamo chiesto, né visto, né preso un euro di finanziamento dall’estero. Lascio divertirsi gli amanti di James Bond e di spionaggio. Non commento le non notizie”. Eppure a prendere le distanze da Salvini non è stato solo il Pd ma anche il premier Giuseppe Conte e il suo alleato di governo Luigi Di Maio. Con una nota di Palazzo Chigi il presidente del Consiglio ha reso più difficile la linea di difesa del vicepremier leghista che ha scaricato Savoini, dicendo di non essere a conoscenza della presenza dell’ex giornalista in diversi incontri con i russi. Ultima la cena che si è tenuta a Roma, a Villa Madama, la sera del 4 luglio, in onore del presidente russo Valdimir Putin.

L’invito di Savoini al Forum di dialogo italo-russo (e di conseguenza alla cena) è stato sollecitato – ha fatto sapere Conte – da Claudio D’Amico, consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale del vicepresidente Salvini. Secondo alcuni retroscena Salvini avrebbe accolto tale nota come una coltellata alle spalle. Il premier nega: “So che non l’ha detta questa cosa, non l’ha pensata. Quando è uscita la mia precisazione, la sera, nel pomeriggio Salvini era stato informato, anche tramite la sua portavoce”. Ma con la stessa fermezza il premier risponde “perché no?” a chi gli chiede se il vicepremier non debba riferire alle Camere. “Tutte le occasioni e tutte le sedi, in primis il Parlamento, sono le sedi giuste per onorare le linee guida del governo. Da cui non ci muoveremo di un millimetro”.

E queste linee guida sono: “Assoluta trasparenza nei confronti dei cittadini, assoluta fedeltà agli interessi nazionali”. Una dichiarazione che fa il paio con quanto detto dal capo politico M5S. “Quando il Parlamento chiama, il politico risponde, perché il Parlamento è sovrano”, ha scritto Di Maio. Che ha chiesto anche “una commissione d’inchiesta” sui finanziamenti che riguardi “tutti i partiti”. Alessandro Di Battista dà del “bugiardo” a Salvini e definisce “ridicola” la sua difesa. A chi gli chiede conto delle richieste di trasparenza avanzate da Di Maio e Conte, Salvini risponde: “Quando uno ha la coscienza pulita… Non mi turba questo atteggiamento”. Fino al tardo pomeriggio di ieri non risultavano esserci stati contatti tra il presidente del Consiglio e il vicepremier.

IL SILENZIO DI SAVOINI. Loquace con i giornali e muto con i pm. Si può riassumere così la posizione di Gianluca Savoini che ieri era stato convocato dalla Procura di Milano in qualità di indagato nel Russiagate all’italiana. Ma l’interrogatorio del presidente dell’associazione culturale Lombardia Russia e stretto collaboratore di Matteo Salvini, su cui pende l’accusa di corruzione internazionale, si è concluso in appena un’ora e nel più classico dei nulla di fatto. Una mossa che pochi si sarebbero aspettati soprattutto perché nei giorni scorsi il leghista, seppur a mezzo stampa, si era più volte difeso negando la presunta trattativa coi russi per far ottenere al Carroccio un ricco finanziamento da 65 milioni di dollari. Se poi questa sia andata in porto o meno è ancora tutto da dimostrare e proprio su questo punto le dichiarazioni di Savoini sarebbero state quantomeno decisive.

IL MANCATO FACCIA A FACCIA. Il faccia a faccia che tutti attendevano da giorni e su cui evidentemente erano alte le aspettative degli inquirenti, è stato tenuto a lungo top secret dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e dai pubblici ministeri Sergio Spadaro e Gaetano Ruta. Il riserbo era tale che, per evitare la ressa dei cronisti, nemmeno il luogo era noto e si è venuto a sapere solo nel tardo pomeriggio che l’interrogatorio era avvenuto negli uffici della Guardia di finanza in via Fabio Filzi a Milano. Può sembrare una nota di colore ma è la struttura usata dai pm meneghini quando si ha a che fare con indagati eccellenti o con casi scottanti che sfociano in inchieste delicate. Insomma i casi in cui si vuole evitare ad ogni costo che escano informazioni di straforo e perfino immagini.

Una formula che potrebbe venir riproposta anche nei prossimi giorni quando a comparire davanti ai magistrati saranno altre persone, coinvolte o sfiorate dall’indagine. Una di queste potrebbe essere l’avvocato Gianluca Meranda, ossia il legale che ha raccontato di essere stato uno degli altri due italiani presenti alla presunta trattativa sulla compravendita di petrolio con i russi. Il legale, la cui posizione non è chiaro se sia di indagato o di persona informata sui fatti, al momento non avrebbe ricevuto ancora alcuna convocazione da parte della Procura lombarda. Ma le cose, in questa spy story portata alla luce dall’Espresso e dal sito statunitense Buzzfeed, sono in continua evoluzione e l’incontro, secondo quanto trapela da fonti ben informate, potrebbe esserci già questa settimana.

DIFESA A OLTRANZA. Quel che è certo, perché certificato dagli audio pubblicati online dalla testata americana, è che lo scorso 18 ottobre 2018 c’era stato un incontro all’Hotel Metropol di Mosca. Qui Savoini, Meranda e un altro italiano tutt’ora non identificato, si erano incontrati con alcuni russi per discutere di una possibile compravendita di petrolio a prezzo scontato. Un maxi affare a dir poco sospetto che, secondo i magistrati, aveva un solo obiettivo: far arrivare in Italia milioni di euro con cui finanziare la campagna elettorale della Lega. Tesi che era stata subito smentita dal leader del Carroccio, Salvini, il quale aveva minacciato anche querele. Ma soprattutto era stata negata con forza dallo stesso Savoini che al Corriere della Sera aveva raccontato di non esser mai stato un emissario della Lega e tantomeno di far parte dello staff del vicepremier. Ma c’è di più perché l’uomo anziché limitarsi alla sola difesa, era passato all’attacco chiedendo polemicamente: “I soldi dove sono? Ovviamente non ci sono e il resto è fuffa”.