Opere di Beni, lo Stato batte cassa

di Angelo Perfetti e Matilde Miceli
Inchieste

di Angelo Perfetti

Soldi per la Cultura non ce ne sono. L’intero patrimonio storico-artistico italiano vale – si fa per dire – solo 47 milioni e spicci, soldi finanziati nel 2013. A poco vale pensare che un solo F-35 costa all’incirca 100 milioni di euro, dunque il doppio di tutto lo stanziamento previsto per la Cultura. Ma questa è storia già raccontata nell’inchiesta pubblicata ieri. Oggi andiamo oltre, e data per scontata la cronica carenza di fondi (e di volontà politica) da destinare al nostro patrimonio, cerchiamo di capire come lo Stato pensi di mettere una toppa sul fronte della manutenzione ordinaria. E così ci accorgiamo che nel documento “Programmazione lavori pubblici 2013-2015” del Ministero dei Beni e elle Attività Culturali e del Turismo, c’è un intero capitolo dedicato all’Elenco dei lavori per i quali si intende ricercare sponsorizzazioni”.

Per tutte le tasche
Spulciando tra le carte, viene quasi tristezza. L’Italia proprio non ce la fa a proteggere i suoi monumenti, e così si apre ai privati. Operazione che, se effettuata con regole precise, non potrà che portare benefici all’immagine stessa del Belpaese. Si va dai 900 mila euro richiesti in tre anni per il restauro dei due bastioni di Castel Sant’Angelo a Roma (operazione definita “urgente”), agli oltre 2 milioni per la realizzazione di un parco fruibile ai turisti lungo l’acquedotto romano Anio Novus a Tivoli. C’è poi la richiesta di 1 milion 500 mila euro per il consolidamento e il restauro dell’Edificio delle Grandi Terme della Villa Adriana a Tivoli, ai 150 mila euro + 65 mila euro per il Monastero della Certosa di Pavia. Poi ci sono altre voci, tra le 73 voci inserite nel Piano, che destano qualche curiosità; come i 100 mila euro che non si riescono a trovare per digitalizzare gli elaborati grafici dell’Archivio Storico della Soprintendenza, col risultato che non sia mai un incendio distruggesse quelle copie non rimarrebbe nulla. Oppure i dieci interventi richiesti tutti per la Pinacoteca di Brera (costo totale 220 mila euro) a testimoniare un pericoloso degrado avanzante che, se non fermato, porterà nel giro di pochi anni la Pinacoteca a diventare un nuovo caso internazionale. infine interventi quasi da elemosina, da obolo: come i 5000 euro chiesti per il restauro di un paliotto d’altare al Museo del Duomo di Milano piuttosto che i 3.000 chiesti per il restauro di una scultura lignea nel Santuario della Beata Vergine delle Grazie a Grosotto.

L’impegno del governo
Che la strada della collaborazione con i privati sia percorribile, anzi sia forse l’unica salvezza per l’Italia, lo ha detto anche il neo ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini: sul ruolo dei privati – ha detto il ministro – ”sono aperto. Se ci si schiera su fronti opposti, tra chi dice che non si tocca nulla e chi invece vuole utilizzare un bene pubblico semplicemente per logiche di profitto, non si va da nessuna parte. Col buon senso si può trovare una soluzione che dimostri che non c’e’ alcun contrasto tra assoluta tutela del patrimonio pubblico e una maggiore dinamicità, una più incisiva capacità di utilizzarlo e valorizzarlo. Questo non deve essere un tabù. L’equilibrio è assolutamente possibile. I Beni culturali sono un ministero economico. Penso – chiosa Franceschini – che il ministero della cultura sia in Italia come quello del petrolio in un Paese arabo”.

Agevolazioni fiscali
Il decreto Salva Italia del governo Letta va in questa direzione. La novità risiede nel fatto che per ottenere il risparmio fiscale non è più necessaria la documentazione e la certificazione prevista dalle rispettive norme ma basta una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, presentata dal richiedente al Ministero per i beni e le attività culturali, relativa alle spese effettivamente sostenute per lo svolgimento degli interventi e delle attività cui i benefici si riferiscono. Le imprese possono scaricare il 100% dei guadagni ottenuti con la sponsorizzazione di un intervento, per le persone fisiche la detrazione è fissata al 19% di quanto speso o erogato.

I contributi del ministero tengono vivo il cinema
Una manna per i produttori

di Matilde Miceli

AAA cercasi disperatamente risorse pubbliche per finanziare i film delle case di produzione italiane. Ormai la voce Fondi Mibac per opere di lungometraggio di interesse culturale compare sempre al primo posto nelle strategie di fund raising adottate dalle produzioni, tanto che se un progetto di film non ottiene il sospirato contributo spesso è destinato a rimanere chiuso nel cassetto.
Nessuno, infatti, è più disposto a investire risorse private per realizzare un film. Insomma il rischio d’impresa che contraddistingue il mondo produttivo privato non vale quando parliamo di cinema, nonostante quella del film sia una vera e propria industria. Si sa il cinema è in crisi e gli incassi da vendita del biglietto non riescono più a ripagare lo sforzo imprenditoriale. In più la concorrenza è tanta, aumenta il numero dei film disponibili sul mercato e si accorciano i tempi di permanenza in sala dei lungometraggi. Così il sospirato “contributo” del Governo è visto ormai oggi come un sostegno irrinunciabile.

Una manna per i produttori
Negli elenchi delle produzioni che hanno ottenuto i contributi del Ministero per i Beni Culturali, Direzione Generale per il Cinema, compaiono sempre più spesso produttori come Domenico Procacci con la sua Fandango, Riccardo Tozzzi con Cattleya, Nicola Giuliano e Francesca Cima per Indigo Film, Carlo Degli Esposti con Palomar o Angelo Barbagallo con la Bibi Film. Insomma alcune tra le più importanti case di produzione italiane. Del resto la fetta di aiuti pubblici al cinema è giotta. Parliamo di oltre 187milioni di euro solo nel 2013, divisi tra sostegno diretto alle produzioni per lungometraggi che sono stati riconosciuti di interesse culturale dal Mibac stesso, comprese le opere prime e seconde, al sostegno indiretto attraverso il tax credit.
Andando a guardare da vicino gli elenchi del Mibac, si scoprono cose curiose. Per esempio tra i film che hanno ottenuto non solo il riconoscimento dell’interesse culturale ma anche il contributo cash troviamo il bellissimo Anni Felici di Daniele Lucchetti, uscito nelle sale l’anno scorso. Il lungometraggio, prodotto da Cattleya, si è aggiudicato uno dei contributi maggiore dalla commissione del Ministero che si è riunita nel dicembre del 2012. Si tratta per l’esattezza di 900mila euro. Il film di Lucchetti è stato battuto solo da Il Giovane Favoloso di Mario Martone, prodotto da Palomar insieme a un pool di imprenditori marchigiani e a Rai Cinema. Favoloso anche il contributo ministeriale un milione e 250 mila euro.
Un contributo simile era stato assegnato solo due mesi prima, parliamo dell’ottobre 2012 solo a La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, prodotto da Indigo Film. In questo caso i produttori hanno potuto coprire il budget del film con un milione e 100mila euro erogati dal ministero.

Anche i big prendono i contributi
Della delibera dell’ottobre 2012 però fanno parte anche altri film importanti per il cinema italiano, che sono stati “campioni” italiani di incasso al botteghino come Il capitale umano di Paolo Virzì che ha ottenuto un sostegno alla produzione dallo stato di 900mila euro, Mi rifaccio vivo di Sergio Rubini, prodotto da Fandango, il contributo in questo caso è stato di 500mila euro, e Madre Terra di Giulio Manfredonia con Stefano Accorsi e Sergio Rubini della produzione Lumiere & Co che ha visto riconosciuto l’interesse culturale dell’opera con 700mila euro. Sempre nel 2012 Cattleya era tornato a primeggiare nella sezione dei contributi deliberati a giugno con La Bella Addormentata di Marco Bellocchio, 900mila euro, seguito da Viva la libertà di Roberto Andò, della Bibi Film con 700mila euro e da Una piccola impresa meridionale di Rocco Papaleo, prodotto da Paco Cinematografica, con 650mila euro di sostegno.
Ora andando a guardare i film che nel 2013 hanno avuto il riconoscimento di interesse culturale del Mibac con relativo contributo alla produzione, come per esempio Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, di Archimede produzione, un milione di euro, Cumm’è bella a muntagna stanotte di Ermanno Olmi, 800mila euro, Meraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani, 800mila euro, Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek, 900mila euro. Ci auguriamo almeno che tra loro possa nascondersi un altro caso straordinario come quello de La Grande Bellezza, che possa ripagare lo sforzo del Mibac e dei contribuenti italiani.