Niente aperture sull’Italicum: ora è stop a ogni trattativa. Da Bersani e compagni è muro contro il referendum

di Stefano Iannaccone
Politica

C’è chi dice no. In maniera netta e irreversibile. Perché all’orizzonte non si intravede alcuna forma di dialogo né di trattativa. Al referendum sulle riforme, dunque, una parte del Partito democratico viaggia spedito verso il voto contrario: la minoranza ha preso la decisione definitiva, visto che Renzi non ha covocato nemmeno la direzione per parlare del possibile cambiamento dell’Italicum. Il premier si è limitato a generiche promesse, attendendo il pronunciamento della Corte costituzionale sulla legge. Così la reazione della minoranza diventa inevitabile, anche se l’ex segretario Pier Luigi Bersani ha fatto una promessa: non animerà i comitati per il “no”.

Chi di Speranza vive
La linea della sinistra Pd resta quindi quella dettata da Roberto Speranza, subito dopo l’intervento del presidente del Consiglio alla Festa de L’Unità nazionale di Catania, e ribadita proprio da Bersani. L’ex capogruppo dem alla Camera ha convocato   per questa mattina la sua corrente, Area riformista, per fare un punto della situazione. Ma ci sono pochi dubbi. “Renzi ha detto che lui attende proposte sulla legge elettorale, dimenticando che in Parlamento abbiamo già illustrato il Mattarellum 2.0. Evidentemente il segretario non vuole prenderlo in considerazione. E questa è solo l’ennesima conferma della mancanza di confronto”, dice a La Notizia una fonte interna alla minoranza del Pd. L’obiettivo era quello di puntare su un sistema gradito anche al capo dello Stato. Per arrivare a una moral suasion da parte del Quirinale. “Invece sembra proprio che Renzi voglia fare melina per incassare il nostro appoggio al referendum e poi quasi sicuramente lasciare intatta la legge elettorale”, spiega in privato un deputato della sinistra dem. Che tiene a precisare: “Noi non siamo contro il monocameralismo, ma riteniamo che sia importante il modo in cui si eleggono i componenti dell’unica Camera rimasta a legiferare”. In questo quadro la sinistra non ha nemmeno digerito il trattamento ricevuto a Catania, durante la Festa de L’Unità, dove è stata messa in disparte.

Faida made in Pd
Nell’area renziana c’è chi non teme le minacce. “Dicono di votare no? Si dicono tante cose in campagna elettorale…”, afferma ironico un deputato della maggioranza, lasciando intendere un ripensamento last minute dei bersaniani. Questa volta, però, la minoranza non sembra intenzionata a fare passi indietro. Perché può far leva sullo statuto del partito che sulla questione lascia libertà di coscienza. “Parliamo della Costituzione, la cosa più importante di una Repubblica. Non è un congresso”, è il ragionamento degli uomini più vicini a Speranza. D’altra parte emerge una preoccupazione riferita da un deputato bersaniano di lungo corso: “Ci troviamo comunque all’interno dello stesso partito. Le divergenze sul referendum non possono tramutarsi in uno scontro fratricida. Perché, il giorno dopo il voto, rischiamo di avere la base del Pd sfaldata”. Ecco perché Bersani ha scelto una strada diversa da Massimo D’Alema sui comitati per il no.