Piccole aziende, la grande impresa è sopravvivere. La resistenza P-artigiana di chi è in trincea contro la crisi

di Beatrice Scibetta
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Per tappezzare una sedia ci vogliono almeno 60 euro, per restaurare un comò con antitarlo e lucidatura  ce ne vogliono almeno 700. Ma si sa che quando si tratta di piccole imprese artigianali, dal tappezziere al parrucchiere, dal restauratore all’idraulico, il listino prezzi è una base indicativa per far partire la trattativa “fai da te”: sconti su grandi numeri, costi personalizzati, contrattazioni al ribasso. Si esce dalle botteghe che profumano di legno, gommalacca o vernice con un preventivo su ogni prestazione, ma nessuno può stabilire il prezzo della passione tramandata da generazioni, della ricerca minuziosa della qualità, della storia che rivive nel presente. Cristina Fontana, proprietaria di una storica bottega di doratura e restauro di Via dei Pianellari, al centro di Roma, questo prezzo lo conosce bene: ha appena venduto casa per sostenere la sua impresa, vessata dai prezzi insostenibili dell’affitto. Cristina dice di non volersi più sentire “schiava” di canoni altissimi in un contesto di crisi prolungata che l’ha costretta a dimezzare i prezzi e a fronteggiare la perdita di clienti importanti. Ma come Cristina, erede della professione paterna, sono centinaia di migliaia le piccole imprese italiane schiave della burocrazia eccessiva, del mancato accesso al credito, della tassazione troppo elevata e della concorrenza sleale.

Istituzioni assenti – La bestia nera delle piccole imprese è un regime fiscale molto rigido. Ogni anno le botteghe e i negozi associati nella Cna, una delle maggiori associazioni artigiane, festeggiano ironicamente il “tax free day”, ovvero il giorno in cui, dopo settimane dedicate a pagare le imposte, il reddito del lavoro resta in tasca agli imprenditori. I fatturati hanno andamento decrescente dato il calo delle vendite, ma i proprietari di impresa continuano a sostenere i costi dei dipendenti (in media 4 o 5 per attività). Rimboccarsi le maniche è d’obbligo e gli artigiani non si tirano indietro, attingendo sempre di più al proprio patrimonio personale. Ma in molti, come Cristina, si sentono abbandonati dalle istituzioni che non concedono agevolazioni fiscali e non facilitano l’accesso al credito. I Consorzi di garanzia e i bandi per il micro-credito sono un minuscolo appiglio a fronte di un sistema bancario inadeguato a sostenere le Pmi.

Tradizione e passione – Il sostegno alle piccole imprese è il sostegno alla qualità, che in un mondo globalizzato in mano a pochi colossi, rischia di  soccombere definitivamente. Se le generazioni più giovani non sanno distinguere una sedia in legno artigianale con incisioni fatte a mano da una sedia pieghevole Ikea, non potremo più raccontare ai nostri figli la fierezza del “Made in Italy”, che si tramanda sopratutto tramite il quasi milione e mezzo di Pmi. Nel listino prezzi di un artigiano ci sono i costi dei materiali che usa, dei servizi che effettua, delle ore del suo lavoro. Ma Cristina non ha aggiunto il costo della sua casa. Il suo vicino, ex tappezziere costretto a chiudere per aprire una pizzeria, non ha mai aggiunto il prezzo del suo dispiacere. E Marco (nome fittizio), di San Tomaso (Belluno), non ha mai aggiunto il prezzo del suo dolore per la sua azienda che chiudeva, e neanche quello della motosega che ha usato venerdì scorso per togliersi la vita.