Processo Raggi, la Procura di Roma chiede una condanna a 10 mesi. Secondo l’accusa la sindaca mentì sulla nomina di Marra per evitare le dimissioni

dalla Redazione
Cronaca
Virginia Raggi

La Procura di Roma ha chiesto una condanna a dieci mesi di reclusione per la sindaca, Virginia Raggi, imputata per falso nell’ambito del processo sulla nomina di Renato Marra alla direzione del dipartimento Turismo del Campidoglio. Una vicenda che sabato arriverà a conclusione in quella che già si preannuncia come una giornata campale per la Raggi. Alle 9, infatti, tutte le parti torneranno in aula per dare il via all’ultimo appuntamento giudiziario di questo caso, partendo dall’arringa dei difensori della sindaca, gli avvocati Alessandro Mancori ed Emiliano Fasulo, per poi terminare con il verdetto da parte del giudice che, in caso di condanna, potrebbe avere pesanti ripercussioni.

Secondo il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Francesco Dall’Olio, titolari dell’inchiesta, la Raggi “mentì alla responsabile dell’Anticorruzione del Campidoglio nel dicembre del 2016” perché se avesse detto che la nomina di Marra era stata gestita dal fratello Raffaele, sarebbe incorsa in un’inchiesta e “in base al codice etico allora vigente negli M5S, avrebbe dovuto dimettersi”.  Per i pm, l’ex capo del personale e già vice capo di gabinetto del Campidoglio, Raffaele Marra, fratello di Renato, “ci ha messo la manina, ma la sindaca sapeva” perché quest’ultimo “non era come gli altri 25 mila dipendenti comunali: andava protetto perché era ‘uomo-macchina’ e fondamentale per la nuova amministrazione perché ne conosce tutte le difficoltà”. “Andava protetto – hanno aggiunto i rappresentanti dell’accusa riferendosi a Raffaele Marra – anche perché era a conoscenza di tutto e senza di lui non si poteva andare avanti”.

La Raggi, alla vigilia della sentenza, ha rilasciato delle dichiarazioni spontanea. “In questo processo si parla di un mio presunto falso e per quatto ore abbiamo ascoltato parole simili a gossip”, ha detto la sindaca. Affrontato il tema del codice etico di M5S, che vigeva nel 2016, la Raggi ha detto che si trattava di un documento tutt’altro che garantista in cui la parte “relativa agli indagati non è stata mai applicata” se non “nel solo caso del sindaco di Parma Federico Pizzarotti”. In quell’occasione, ha ricordato la sindaca, il suo omologo non aveva comunicato la propria iscrizione nel registro degli indagati e per questo fu sospeso dal Movimento.  “Anche io – ha aggiunto – durante la campagna elettorale ero indagata per un’inchiesta sulla Asl di Civitavecchia, poi archiviata. Se fosse stato applicato il codice non mi sarebbe stata consentita la candidatura. La prassi del codice etico era diversa”.

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