Schianto del Boeing a Nairobi. È il software il possibile killer. Attese risposte dalle scatole nere del 737 dell’Ethiopian Airlines. Inquietanti analogie con il disastro di ottobre

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Un volo di sei minuti, poi la perdita di quota dell’aereo e infine lo schianto in Etiopia. È un rebus ancora tutto da decifrare quello del volo di linea della Ethiopian Airlines, caduto domenica scorsa e in cui sono morte 157 persone tra cui otto italiani, che dovrà essere risolto dall’analisi delle scatole nere. Si tratta dei due apparecchi decisivi, ossia il Registratore Digitale dei Dati di Volo (DFDR) e il Registratore di Voce della Cabina di Pilotaggio (CVR), che tengono traccia di quanto accade sull’aereo e che, come annunciato dalla compagnia aerea del nord Africa, sono state già recuperate.

Una di queste, secondo quanto emerge in queste ore frenetiche, risulterebbe parzialmente danneggiata e quindi potrebbe essere inutilizzabile oppure potrebbe non fornire tutti i dati. Eppure riuscire a capire cosa sia accaduto al nuovissimo Boeing 737 Max-8, consegnato a novembre alla Ethiopian Airlines, è di vitale importanza perché presenta inquietanti analogie con il disastro aereo accaduto appena cinque mesi fa in Indonesia, quando lo stesso identico modello di aeroplano si inabissò con a bordo 189 persone.

A preoccupare gli addetti del settore è soprattutto il fatto che entrambi i disastri, accaduti a poca distanza l’uno dall’altro e costati la vita a 346 persone, abbiano come sfortunato protagonista non un vetusto aeroplano ma uno dei modelli più recenti creato dal colosso statunitense. Il 737 Max-8, ossia una delle quattro varianti esistenti, è un progetto del 2011 che è entrato in servizio nel 2017 e i due apparecchi, sia quello inabissatosi in Indonesia che quello caduto in Etiopia, erano entrambi nuovi di zecca con al massimo due mesi di attività.

Inoltre entrambi i voli avevano in comune anche le condizioni meteo, giudicate molto favorevoli dagli esperti, e il fatto che il disastro è avvenuto a pochi minuti dal decollo: appena 6 minuti nel caso del volo di domenica scorsa, circa 13 minuti per quello di ottobre. Come se non bastasse, in una tragedia che sa di déjà vu, i comandanti dei due voli avevano notato anomalie per le quali avevano chiesto il rientro.

Proprio le analogie fanno supporre che alla base dei due disastri vi sia una componente tutt’altro che casuale. Al momento il maggior indiziato è il sistema automatico che interviene, quando attivato da appositi sensori, per correggere l’assetto dell’aereo se viene segnalato il rischio di stallo. Un dispositivo di sicurezza che, sospettano i tecnici, potrebbe essere intervenuto a seguito di un malfunzionamento dei sensori oppure per un difetto di programmazione del relativo software, nonostante non ci fosse alcuna situazione di pericolo.

Al momento Cina, Indonesia, Etiopia e isole Cayman, hanno deciso di lasciare a terra, a scopo precauzionale, tutti i 737 Max-8 presenti nelle loro flotte, a differenza dell’Europa che intende attendendere l’esito delle indagini prima di decretare lo stop.