Scuola di terrorismo in cella. Ci sono 459 detenuti a rischio. Troppi casi di radicalizzazione dietro le sbarre. Bonafede: vanno condivise le informazioni

di Clemente Pistilli
Politica

Nelle carceri italiane si entra delinquenti e si esce terroristi. Attualmente sono ben 459 i detenuti a rischio radicalizzazione, 37 dei quali finiti dietro le sbarre con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e 196 per il reato di tratta di persone. Un fenomeno pericoloso, da arginare con interventi rapidi ed energici, quello descritto dal ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, davanti al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen.

L’AUDIZIONE. Il guardasigilli ha precisato che al 24 settembre scorso, “su una popolazione carceraria composta da 60.865 detenuti, 20.292 sono stranieri”. Si tratta di 3.211 comunitari e i restanti provenienti principalmente dal Marocco, dall’Albania, dall’Egitto, dalla Tunisia, dal Senegal e dall’Algeria. Un dato che ha spinto il ministro a progettare un tavolo insieme alla Farnesina e al Viminale, “per accelerare le procedure di rimpatrio dei detenuti stranieri”. La presenza di così tanti stranieri nei penitenziari ha infatti visto aumentare il rischio terrorismo, reso ancor più forte dalla mafia nigeriana che, come sostenuto sempre da Bonafede, invia “parte dei proventi delle attività illecite in Nigeria per finanziare anche foreign fighters, che sfruttano i flussi migratori cercando di infiltrarsi in Italia”. Ancora brucia del resto la ferita di Anis Amri.

I PRECEDENTI
Il tunisino autore, il 19 dicembre 2016, della strage ai mercatini di Natale a Berlino, si era radicalizzato in carcere, quando era detenuto in Sicilia. E come lui troppi altri. L’intelligence negli ultimi anni batte su tale fenomeno. I detenuti accusati di legami con il terrorismo islamico internazionale sono sottoposti al cosiddetto “circuito Alta sicurezza 2” e sono rinchiusi nei penitenziari di Rossano, in Calabria, e in quelli sardi di Nuoro e Sassari. Come evidenziato a più riprese dal Dap, i veri rischi sono però legati soprattutto agli insospettabili. Per evitare che in libertà tornino terroristi pronti a colpire, la polizia penitenziaria è stata formata, puntando a far cogliere agli agenti anche i primi segnali di radicalizzazione, e il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria si avvale della collaborazione di alcuni imam. Ma non basta. Bonafede ha sostenuto davanti al Comitato Schengen che vi è una “necessità stringente della condivisione delle informazioni acquisiste attraverso il monitoraggio della polizia penitenziaria”. Fondamentale poi proseguire nell’analisi e nel contrasto di “quella zona grigia di proselitismo dei terroristi di matrice jihadista, che fa presa soprattutto sulla seconda generazione di migranti”. La proposta di legge sulla prevenzione della radicalizzazione jihadista, presentata nella scorsa legislatura da Andrea Manciulli e Stefano Dambruoso, passata alla Camera nonostante l’opposizione di M5S, Lega e FI, non ha però mai ottenuto il via libera del Senato. Un’occasione mancata.

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