Non c’è terrorismo che tenga. L’Europa sta zitta sulle armi. E le aziende belliche fanno più affari che mai

di Carmine Gazzanni
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di Carmine Gazzanni

Charlie Hebdo, Bataclan, ieri la tragedia a Bruxelles. Ogni volta che vediamo gli attentatori colpire al cuore vivo delle nostre città ci chiediamo, legittimamente, come sia possibile che i miliziani europei convertiti all’Isis riescano così facilmente a procurarsi armi, spesso anche di grosso calibro. E la risposta, aldilà di ogni populismo, è inaspettata: l’Europa ha la sua fetta di responsabilità. E il motivo va ritrovato nel fatto che, nonostante la scia di attentati che stanno colpendo al cuore il vecchio continente, la normativa europea sul commercio delle armi ha enormi falle, buchi che consentono, di fatto, a chiunque di potersi rifornire. Un commercio legale, dunque, che si sovrappone e si confonde con quello illegale e che consente ai terroristi di rifornirsi direttamente in Europa.

FALLE COMUNITARIE
Per capire di cosa stiamo parlando urge fare un passo indietro. È dal ’91 che in Europa si cerca di porre norme stringenti sul commercio di armi leggere. Peccato però che, ad esempio, non esiste alcun divieto per le armi a salve (o di dissuasione) nonostante sia riconosciuta la loro pericolosità, poiché possono essere facilmente convertite in armi vere e proprie. Di fatti l’Unione europea, come emerso da una recente inchiesta dell’Eic (Europian Investigative Collaborations), ha preferito il soldo alla sicurezza, decidendo di non intralciare il principio del libero scambio, anche in presenza di armi. Nel 2010, riporta ancora l’Eic, è stato non a caso pubblicato un documento Ue a tal proposito in cui si stabiliva che le norme nazionali che disciplinano la commercializzazione e l’uso di armi di dissuasione “devono rispettare il principio della libera circolazione delle merci”. Insomma, pur volendo, l’Europa di fatto vieta che si pongano divieti al commercio di armi potenzialmente pericolose.

CHI CI GUADAGNA
Una falla vera e propria che, ovviamente, significa oro per le industrie di armi leggere. Secondo un dossier appena pubblicato dall’Archivio per il Disarmo, le armi leggere in circolazione sul pianeta si aggirano intorno alle 875 milioni unità, prodotte da oltre mille aziende situate in circa 100 Paesi differenti. Le recenti stime calcolano che il commercio mondiale di queste armi superi il valore di 6 miliardi di dollari annui. Una cui fetta non di poco conto finisce proprio alle industrie private italiane. A livello mondiale, infatti, l’Italia è seconda solo agli Stati Uniti. I dati sono impressionanti. Nel 2015 gli States (che peraltro sono anche i primi importatori) hanno esportatori armi leggere per oltre 8 miliardi di dollari; l’Italia per 5,7 miliardi; a seguire – altro dato interessante – è la Germania (4,4 miliardi). Ma il dato sconvolgente è la crescita delle esportazioni negli anni: nel 2001 il nostro Stato guadagnava “solo” 323 milioni. La liberalizzazione del commercio delle armi, insomma, ha ingrassato il mercato bellico italiano. Aumentato in 14 anni del 68%.

Twitter: @CarmineGazzanni

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